in rivolta

Nessun profitto sui nostri diritti, nessun profitto su acqua e saperi

26/4/2010

NESSUN PROFITTO SUI NOSTRI DIRITTI, NESSUN PROFITTO SU ACQUA E SAPERI!
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Prime considerazioni dopo un mese di campagna referendaria in difesa dell'acqua pubblica

L’acqua rappresenta il bene comune per eccellenza e l’accesso all’acqua è un diritto fondamentale degli esseri umani, in quanto bene essenziale alla vita, ma cosa succede se viene invece considerata come un qualsiasi bene di consumo? Ovvero né più né meno che un prodotto da consegnare al mercato del libero scambio, una qualsiasi merce su cui le società private possono ricavare profitti e ingrossarsi le tasche, determinando peraltro considerevoli aumenti sulle bollette dei cittadini e su cui la malavita locale può ulteriormente speculare.

Col Decreto Ronchi del 19 novembre 2009 il governo italiano portava a termine il processo di privatizzazione dell’acqua avviato nel 1994 con la legge Galli e proseguito nell’agosto del 2008 con la legge finanziaria 133, esattamente la stessa contro cui noi studenti ci mobilitammo lo scorso autunno con l’Onda Anomala. Il Decreto Ronchi stabilisce che il servizio idrico possa essere gestito esclusivamente in 2 modi: o da soggetti privati che abbiano vinto l'affidamento tramite gara di appalto, e chiaramente vince chi ha maggior disponibilità economica (per lo più grandi multinazionali), o con S.p.a miste pubblico/privato (il pubblico partecipa al 51 %, ma in realtà gran parte di tale percentuale è composta da “espressioni” dei soci della parte privata). Il decreto dunque elimina l’altra modalità di gestione del servizio, ovvero la S.p.a a totale capitale pubblico, e ad oggi circa la metà del servizio idrico nazionale è gestito così, e inoltre impone la partecipazione del pubblico nelle S.p.A. miste al 30% entro il 2015. La difesa del governo dalle accuse di privatizzazione dell’acqua ruotano attorno alla distinzione fra bene e gestione dello stesso, ovvero l’intenzione sarebbe quella di privatizzarne solo la gestione per aumentare l’efficienza del servizio ed evitare sprechi; peccato che in contesto monopolistico, qual è quello del servizio idrico, l’ente che gestisce il servizio di fatto detiene il bene stesso.
In realtà la reale motivazione dei processi di privatizzazione dei servizi pubblici (acqua, rifiuti, trasporti) è da ricercare negli stessi meccanismi che animano il neoliberismo. I settori privati, le grandi multinazionali e corporations tentano di occupare ogni metro quadro disponibile sulla terra in cui è possibile creare un profitto, obiettivo reso più difficile dalla crisi prodotta proprio da questa logica. Ed effettivamente cos’altro può garantire un profitto certo se non i beni che sono e saranno sempre consumati in modo costante, ovvero i beni comuni? Nel contesto di crisi economica globale (segnatamente una crisi di sovrapproduzione), qual è quello in cui viviamo oggi, il capitale necessita di nuove frontiere di guadagni, possibilmente certi. Non è un caso se in Italia il 7% delle tariffe sul servizio va tutto a costituire il profitto netto del capitale investito dal gestore (il terzo quesito referendario riguarda proprio l’abrogazione di tale remunerazione).

Sulla gestione che già oggi viene portata avanti dai privati, si può dire con certezza che le tariffe sono in continuo aumento, così come i consumi di acqua, a fronte di un netto calo degli investimenti nel servizio stesso e dunque anche sul costo del lavoro. Schematicamente la gestione privata implica un indebitamento della s.p.a in costante ascesa, ma tale debito va a pesare sui consumatori, che pagano bollette sempre più alte, il che, paradossalmente, determina un aumento dei profitti da parte dei privati. E’ un circolo estremamente vizioso ed è un palese caso di socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili. Dunque non solo la gestione privata non è per niente più efficiente bensì offre pure un servizio decisamente più scadente (anche per qualità dell’acqua fornita, come risulta da più analisi) a costi decisamente più elevati!

D’altronde l’obiettivo di una società per azioni è primariamente la garanzia di entrate per i propri soci, mentre la tutela del servizio per i cittadini passa in secondo piano. Ecco perché nemmeno il ritorno ad una gestione tramite spa pubbliche sarebbe sufficiente. L’obiettivo del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, che noi come Ateneinrivolta sosteniamo pienamente, è infatti la gestione del servizio idrico da parte di un soggetto di diritto pubblico, in cui sono in primis i cittadini e le cittadine ad entrare nella gestione della “cosa pubblica”. Il referendum rappresenta quindi solo il primo passo verso un’effettiva riappropriazione del bene comune. La battaglia per l’acqua è a tutti gli effetti una battaglia per una democrazia partecipativa, sia perché intende garantire un diritto universale, l’accesso indiscriminato all’acqua, sia perché appunto chiama in causa la partecipazione diretta dei cittadini.

Da collettivi universitari che da anni si oppongono ai processi di destrutturazione dell'istruzione pubblica ritroviamo nella campagna per la ripubblicizzazione dell'acqua la stessa battaglia per un'univesità pubblica e sociale!

Trasformare i consigli d'istituto in c.d.a nelle scuole o svuotare di poteri e competenze gestionali gli organi collegiali accademici in favore dei consigli d'amministrazione, spalancando contestualmente le porte della gestione economica e didattica degli atenei a soggetti privati, significa concepire una gestione pribvatistica della formazione.

Il “caso” vuole che la legge 133, la finanziaria dei clamorosi tagli alle Università pubbliche contro cui abbiamo riempito le strade e occupato le facoltà l'anno scorso proseguiva la privatizzazione dei servizi pubblici in generale, primo fra tutti quello idrico!
Dove non è arrivata una legge di programmazione economica, la 133, intende però giungere il D.d.L. Gelmini.

L’ingresso dei privati in Consigli di Amministrazione universitari sempre più inaccesibili agli studenti ma con sempre più poteri nella programmazione didattica, insieme all’affidamento degli unici fondi stanziati per borse di studio (il famigerato fondo per il merito) ad una S.p.A. (la Consap) sono gli assi portanti di questo decreto che, senza intaccare baronie e feudi accademici, continua nell'opera di definanziamento (l'ennesima riforma a costo zero) e di eliminazione di qualsiasi tipo di gestione collettiva e partecipata della trasmissione dei saperi.

Se per il Forum “si scrive acqua e si legge democrazia” noi urliamo “si scrive conoscenza e si legge democrazia”.
La difesa dei Beni comuni, del Welfare, dell’istruzione pubblica e del lavoro, deve rappresentare l’orizzonte di lotte condivise su cui costruire un tessuto sociale ampio e forte, che sappia contrapporsi agli interessi di un capitale disumanizzante di cui sono espressione le follie degli attuali governi.

Partecipare e strappare al mercato i nostri diritti e i nostri bisogni devono essere gli obbiettivi comuni in cui affondare le radici di ogni rivolta e l'enorme partecipazione della società civile alla campagna referendaria sull’acqua lo dimostra ampiamente, con le 600 mila firme raccolte in un mese di campagna in tutto il paese, la nascita di centinaia di comitati e l'attenzione degli studenti che in ogni facoltà hanno affollato i banchetti delle firme.

Come Ateneinrivolta lotteremo ancora per la ripubblicizzazione dell’acqua e la riappropriazione della comunità alla gestione di un suo bisogno primario, con la stessa forza con cui intendiamo riappropriarci del diritto ad una formazione critica e di qualità affrancata da qualsiasi logica privatistica e di profitto.

Strappiamo al mercato beni e diritti!
Trasformiamo ogni rivolta in vittoria!

Ateneinrivolta.org