in rivolta

Quel che dice il riot

05/10/2011

Agli inizi di agosto la tensione è esplosa davvero per le strade di Londra, espandendosi a macchia d'olio anche nelle altre città inglesi. Una rivolta che esprime la profondità della crisi e che ricorda il modello della “jacquerie”. Ma che non va guardato con sussiego né con distacco
di Daniele D'Ambra dalla rivista ERRE num. 45



Una rivolta solo apparentemente inaspettata, rifluita con la stessa velocità con cui è scoppiata e le cui radici si innestano nel modello di integrazione inglese e proliferano con la crescente pressione sociale causata dalla crisi economica.
Da questo punto di vista, così come fu per le banlieues francesi nel 2005, l'omicidio di Mark Duggan più che essere causa principale, sembra assolvere al ruolo di casus belli, cristallizzazione esemplare del rapporto di dominio vigente tra potere statuale e una parte non marginale della classe, soprattutto nella sua componente giovanile. Un rapporto finalizzato allo sfruttamento e gestito in termini di repressione e controllo, di cui la polizia rappresenta al meglio l'espressione simbolica.
Non è corretto spingere troppo in là il confronto con la rivolta che attraversò la Francia sei anni or sono, data l'enorme differenza tra i ghetti periferici parigini e la Londistan inglese, rivolta delle seconde e terze generazioni di migranti la prima, sostanzialmente trasversale sul piano etnico la seconda. Tuttavia è presente un'altra analogia sostanziale e utile da approfondire.

I dati diffusi dal Guardian sugli arrestati nei giorni della rivolta mostrano una realtà fatta di giovani e giovanissimi (49% tra i 18 e i 24 anni, 17% tra gli 11 e i 17 anni), provenienti dalle aree più povere delle metropoli inglesi e da quelle che maggiormente si sono impoverite negli ultimi quattro anni , in uno Stato che vede il divario tra ricchi e poveri crescere vertiginosamente mentre i disoccupati aumentano di un milione negli ultimi tre anni, che taglia i sussidi di disoccupazione e al contempo dispensa aiuti a dismisura per banche e imprese.
E' evidente come nella rivolta iniziata a Londra ci sia una forte influenza di quanto avvenuto negli ultimi anni in termini economici e sociali: da una parte la crisi, i tagli indiscriminati alla spesa sociale, il progressivo peggiorare di condizioni già di per sé difficili, dall'altra la propensione alla rivolta come momento di rottura di un dominio che non ammette mediazioni possibili. Una rottura parziale, che vive nell’attimo per sparire quello immediatamente successivo, caratterizzata da diversi limiti ma non per questo irrilevante.
I giovani rivoltosi di Londra, Manchester, Liverpool, Birmingham non sono gli stessi che hanno dato il via alle rivoluzioni arabe o alle grandi mobilitazioni degli indignad@s in Spagna, non sono i giovani greci che si sono ribellati alla condanna del loro futuro da parte di Unione Europea e Fmi e nemmeno gli stessi giovani inglesi che si sono mobilitati contro la riforma universitaria pochi mesi prima. Ma l'influenza e le interconnessioni tra questi fenomeni sono evidenti, così come il loro carattere politico.

Se la rivolta in Inghilterra non ha il carattere della critica esplicita all'attuale modello economico, se non pone in discussione il sistema della rappresentanza come invece vediamo nel movimento degli indignad@s, allo stesso tempo apre di fatto uno spazio conflittuale con il sistema costituito, mettendone in discussione il modello. Anche gli stessi saccheggi, descritti dai media mainstream (e non solo) come semplici atti di teppismo, descrivono in realtà i tratti di una soggettività emergente. Non sono saccheggi indiscriminati, che prendono di mira la ricchezza tout court. Hanno obiettivi specifici, che rimandano alla produzione di identità e all'auto-riconoscimento per mezzo dei comportamenti e degli “oggetti del desiderio”. Non vengono presi di mira i negozi d'alta moda di Oxford street, ma quelli di abbigliamento sportivo, di prodotti tecnologici e informatici. In poche parole il milieu delle giovani generazioni attuali, cresciute sulle ceneri del socialismo reale e nel periodo di massimo vigore ideologico del pensiero unico, lo stesso che oggi presenta il conto delle illusioni che ha prodotto.
La società dei consumi ha reso storicamente indispensabili merci prima non considerate di prima necessità, ha promesso uno stile di vita su cui costruire la propria identità tentando di spazzare via o sussumere le identità pre-esistenti e oggi si trova costretta a palesare l'entità del bluff, l'impossibilità di garantirne una fruibilità per tutti. La risposta immediata è quindi la riappropriazione di quegli stessi feticci.
Anche la modalità con cui le rivolte si sono dispiegate parlano un linguaggio strettamente legato al contemporaneo: nel brevissimo lasso di contro-tempo del riot, quella effimera interruzione della temporalità ordinaria, viene riprodotta una modalità non così dissimile dai comportamenti ormai consolidati in un ambiente ben noto a quegli stessi giovani, la rete: l'appropriazione “indebita” delle merci in un ambito comunitario. L'abitudine a scaricare illegalmente e appropriarsi di qualsivoglia contenuto si trasforma e articola in pratica condivisa per le strade: tutto per tutti nel momento stesso in cui lo vogliamo.

Ma se queste caratteristiche sono presenti e meritano letture più approfondite per una comprensione effettiva di questa jaquerie contemporanea, la grande assente di scena è la prospettiva politica, così come un soggetto politico che possa in qualche modo farsene carico.
E se in Spagna la ricerca di un'altra forma della politica, dal basso, sembra una questione assodata all'interno del movimento seppur con importanti contraddizioni e una forte spinta antipolitica, questa è stata del tutto assente nei riot inglesi. Con la diretta conseguenza che si fatica a riscontrare una sedimentazione, un'accumulazione di forze utile a rotture successive e più avanzate e, soprattutto, nell'immediato il governo britannico ha avuto vita facile nel rispondere su un piano puramente repressivo, aspettando l'esaurimento della spinta propulsiva della rivolta.
Sarebbe tuttavia un errore erigersi sulla cattedra della Politica per evidenziare semplicemente i limiti di quanto accaduto, senza coglierne gli elementi di novità e soprattutto i caratteri soggettivi emergenti, che evidentemente faticano ad entrare in relazione con una prospettiva più generale e con le forme organizzate per come le abbiamo conosciuti in questi anni. E questo a Londra come ad Atene, a Parigi come a Madrid.
Se da una parte questo dato si spiega con la sconfitta storica della sinistra di classe e quindi con la necessità di una sua ricostruzione, allo stesso tempo ci interroga anche e soprattutto sulle modalità e le caratteristiche che questa nuova sinistra dovrebbe far proprie.
La crisi sul piano politico ha comportato il definitivo discredito delle organizzazioni tradizionali in ampi strati della società e soprattutto della classe, oramai assolutamente disillusa sulla possibile efficacia di un qualsivoglia partito. A questo si aggiungono poi le trasformazioni che negli ultimi trent'anni hanno riguardato la classe nelle società a capitalismo avanzato.

Non potendo chiedere alla società – e soprattutto alla classe – di torcere se stessa sulla base delle forme storiche della sinistra di classe, sarà evidentemente quest'ultima a doversi sperimentare in un quadro mutato, a provare ad attraversare i nuovi luoghi del conflitto. Non cercando semplicemente di integrarli al suo interno, ma riuscendo anche a uscire trasformata dalla relazione con essi, per diventarne uno strumento funzionale, da utilizzare, a cui partecipare. Perdendo così la fisionomia, effettiva o anche solo cucita addosso, dell'inutile carrozzone burocratico, del comitato elettorale volto solo al sempre più improbabile successo elettorale. L'alternativa è condannarsi alla residualità nei processi sociali che fanno sentire oggi i loro primi vagiti o peggio ancora essere risucchiati definitivamente nella crisi dei partiti istituzionali.
Solo una scommessa forte sulle soggettività che oggi si affacciano sullo scenario politico può rimettere a tema la trasformazione della rabbia sociale in una rottura radicale con l'esistente e le nuove soggettività emergenti in una nuova classe cosciente.