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Sotto il trucco dell'università c'è Confindustria

01/11/2008

di GIULIO CALELLA.

Recensione del libro di Roberto Perotti, L’università truccata, Einaudi, Torino 2008, pag. 183, 18,00 euro.

Nella finestra di grande attenzione politica e mediatica intorno al mondo universitario creata dal movimento studentesco, il libro del docente della Bocconi Roberto Perotti (L’università truccata, Einaudi) interpreta organicamente l’offensiva politico-culturale di Confindustria sulla formazione.
Perotti ammette di non sentirsi troppo originale, e ripropone le tesi che il giornale di cui è editorialista – il Sole 24 ore, appunto – propaganda da almeno un decennio, dettando i tentativi di riforma che si sono succeduti negli anni.
Sfruttando l’Onda, L’università truccata ha scalato le classifiche, ed è stato l’unico testo complessivo sull’Università citato ripetutamente nei dibattiti televisivi e giornalistici. E qualche risultato in termini di sedimentazione ideologica rischia anche di portarlo a casa. E non solo ideologica, se si leggono le “Linee guida del Governo per l’Università” prodotte in questi giorni in risposta al movimento, che in gran parte raccolgono proprio le proposte di Perotti.
Confindustria vuole i tagli, vuole far pagare la crisi a studenti e ricercatori. E Perotti per sostenerlo arriva a mettere in discussione i dati Ocse (che evidenziano come l’Italia sia agli ultimissimi posti come spesa per studente) inventandosi un metodo a dir poco discutibile: «Se un Ateneo spende 10 euro ed ha due studenti, di cui uno non frequenta, tutta la spesa per l’Università di fatto è diretta allo studente che frequenta, quindi il costo medio per studente equivalente a tempo pieno non è di 5 euro, ma di 10». Basta insomma non tener conto degli studenti lavoratori ed il gioco è fatto. L’Italia diventa quarta nei paesi Ocse e ha una spesa superiore alla media – dunque da ridurre.
Sui tagli ci siamo. Ma Confindustria vorrebbe anche le università di eccellenza, i luoghi dove formare le future classi dirigenti – i propri figli insomma. E qui in questi anni qualcosa non ha funzionato. Così nasce l’attacco ai “baroni”, considerati – non a torto vista anche la loro rappresentanza in parlamento – i veri colpevoli delle “storture” del 3+2.
Sicuramente Perotti non può lamentarsi della capacità della riforma Zecchino di sfornare un esercito di studenti dequalificati disposti ad accettare qualsiasi condizione nel mercato del lavoro mentale. Ma la dequalificazione del primo livello ha prodotto una dequalificazione anche della specialistica, e quasi l’80% dei laureati si iscrive al secondo livello. Perotti mette allora sotto accusa l’aumento parossistico dei corsi di laurea e i tentativi di ogni Ateneo di accaparrarsi corsi specialistici, che invece avrebbero dovuto essere prerogativa solo degli Atenei di serie A. La logica aziendalista insomma è difficile da mettere in piedi se chi la gestisce pensa e agisce ancora in termini feudali.
Tutta la prima parte del libro è dedicata alla casta dei baroni, con tanto di tabelle sui cognomi che si ripetono negli Atenei e sugli scambi di favori nei concorsi, aggiungendo racconti sfiziosi sulle carriere strabilianti di chi è capace di diventare ordinario a 28 anni. Per chi, come chi scrive, conosce bene la Sapienza, non può non far piacere la denuncia con nome e cognome all’attuale Rettore Luigi Frati, capace di ospitare come professori associati nella sua stessa Facoltà la moglie e i due figli.
Ma infine arriva la sua ricetta. Per Perotti è inutile qualsiasi richiamo etico, qualsiasi ricorso alla magistratura o qualsiasi introduzione di nuove regole nei concorsi. Anzi i concorsi propone di abolirli totalmente.
Le stesse Fondazioni di diritto privato previste dal decreto Gelmini non bastano, rischiano di essere gestite dai soliti baroni. La soluzione di tutti i mali dell’Università sta nella sua definitiva aziendalizzazione, e non a caso paragona continuamente il funzionamento dell’Università a quello di un’azienda automobilistica.
Innanzi tutto il finanziamento pubblico va non solo diminuito, ma legato quasi esclusivamente al “merito” con l’introduzione della valutazione dei risultati scientifici della ricerca attraverso criteri bibliometrici (citazioni delle pubblicazioni) e peer review (valutazione di un panel di esperti riconosciuti). In secondo luogo vanno liberalizzati gli stipendi di docenti e ricercatori, di modo che le Università competano tra loro per accaparrarsi i docenti e i ricercatori migliori. Ma non basta. Per Perotti molto va fatto anche dal lato degli studenti.
Innanzi tutto liberalizzare le tasse universitarie (attualmente non possono superare il 20% dell’ammontare del finanziamento ordinario) in modo da alzarle. Se l’università si paga profumatamente si pretenderà un servizio migliore, e allo stesso tempo gli Atenei dovranno garantire un alto livello di qualità, o farsi pagare meno. A Perotti sfugge che dal ’94 ad oggi le tasse sono aumentate continuamente – passando dal valore medio del 3% a quello dell’11% del finanziamento complessivo – senza produrre risultati sulla qualità degli Atenei. Ma andiamo avanti. Vanno liberalizzati ed estesi i numeri chiusi. Vanno sostituite le borse di studio con i prestiti d’onore. Non propone dunque l’esclusione, ma un attacco preventivo al salario che verrà, con un risparmio per lo Stato e una maggiore efficacia: se uno si indebita del resto sarà più motivato a studiare rispetto ad uno a cui i soldi vengono regalati con la borsa di studio. In fondo se la spesa media per studente è di 7.000 euro all’anno «con un tasso di interesse del 3%, dopo 5 anni uno studente avrebbe accumulato un debito di 37.000 euro». Nulla di che no? Una volta laureato, basterà restituire l’8% del proprio stipendio, così «un individuo che guadagnasse 20.000 euro lordi [cioè circa 1.000 euro mensili netti] in 20 anni ripagherebbe circa il 30% del debito», ma «a 40.000 euro lordi ripagherebbe quasi l’intero debito». Considerando che i dati di Almalaurea indicano a 900 euro il salario medio di un laureato del nuovo ordinamento a 3 anni dalla laurea, in una quarantina d’anni insomma ti sei tolto la paura.
Infine Perotti propone l’abolizione del valore legale del titolo di studio, per sancire anche formalmente l’esistenza delle università di serie A e B. E Perotti ha il pregio di dirlo proprio in questi termini, aggiungendo che «è un mito tipico delle società dirigiste che tutte le università debbano essere uguali e fornire didattica dello stesso livello». Non c’è più dunque quella retorica di Centrosinistra con cui fu condita la riforma Zecchino, secondo cui la concorrenza avrebbe livellato verso l’alto e non verso il basso. Si chiedono esplicitamente i dislivelli.
Questo è il programma che ispirerà il Governo nel prossimo futuro. E di fronte ad un programma del genere pare difficile sostenere che la parola d’ordine del diritto allo studio perda di significato (come scrivono i compagni vicini ad “Uniriot” sul libro Università Globale, anch’esso uscito in questi giorni edito da manifestolibri), semmai ne assume di nuovo. Non è più solo un problema di accesso ma anche di canalizzazione dei percorsi formativi, seguendo la logica secondo cui la massa degli studenti iscritti nelle università non deve avere altro futuro che quello della precarietà, pochi invece devono accedere all’eccellenza. Così come non basta cavarsela con un po’ di autoformazione riconosciuta in crediti, immaginando un “esodo” dall’attuale sistema universitario. Serve invece praticare nel movimento un’idea complessiva di università, che opponga all’ideologia del merito la democratizzazione radicale della didattica e della ricerca, e della stessa valutazione. E che costruisca vertenze concrete per scardinare il 3+2. Nonostante tutto, infatti, c’è ancora chi è pronto ad approfondirlo violentemente.