20 NOVEMBRE, ASSEMBLEA NAZIONALE ALLA SAPIENZA: COME CREARE UN MOVIMENTO DI OPPOSIZIONE ALLA CRISI?

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Editoriale a cura di ateneinrivolta.org

Il 20 novembre scorso si è tenuta, nella facoltà di Scienze Politiche della Sapienza di Roma, una assemblea nazionale lanciata dai ricercatori precari dell'ateneo romano e dalla FLC-CGIL che è stata occasione di incontro per studenti e lavoratori della formazione. Un’assemblea evidentemente non di movimento, in quanto siamo ben lungi dall’alta marea dell’Onda nella quale eravamo immersi esattamente un anno fa, ma comunque con una buona partecipazione soprattutto di studenti universitari.

Il merito di questa prima assemblea è stato quello di aver cercato di dare una spinta in avanti alle mobilitazioni di studenti e studentesse presenti sul territorio italiano, costruendo un primo momento di confronto nazionale sul Ddl Gelmini e delineando una buona agenda di mobilitazioni locali e nazionali, con l’obiettivo di rilanciare le lotte anche nei mesi successivi le vacanze natalizie.

Seppur con questo lato positivo, pensiamo che l’assemblea non sia riuscita a coagulare alcune diversità di veduta per arrivare ad un’analisi condivisa e che soprattutto non sia stata in grado di produrre una piattaforma rivendicativa all’altezza della sfida che la crisi economica ci pone davanti.

La riforma Gelmini, che a febbraio sarà in discussione in parlamento, è la quarta riforma organica dell'università in vent'anni. Dalla riforma Ruberti dell'89, passando per 3+2 e Moratti, l'autonomia delle università e l'ingresso di soggetti privati nella gestione economica e nella programmazione dell'offerta formativa degli atenei, con una conseguente dequalificazione dei saperi, sono stati i punti fermi intorno ai quali governi di centrosinistra e centrodestra hanno distrutto l'università pubblica.

A tutto questo il ddl Gelmini da una fortissima accelerazione, da un lato consegnando il 40% dei consigli d'amministrazione degli atenei a privati e soggetti esterni, dall'altro potenziando le competenze di un organo così composto nella programmazione dell'offerta formativa, sempre più dequalificata e sempre meno in grado di fornire a studenti e studentesse un sapere critico e completo.

In nome di una fantomatica meritocrazia e in evidente continuità con il Processo di Bologna, il DDL Gelmini parla di una riforma della governance universitaria che esclude la partecipazione degli studenti, delle studentesse e di tutti coloro che vivono l'università stessa. Parla dell'eliminazione totale dei già pochi elementi di diritto allo studio, rimpiazzati da prestiti d'onore basati sul merito, implicando di fatto un aumento della selezione di classe negli atenei italiani. Parla di riforma dei meccanismi di reclutamento della docenza che – al di là di tutta la retorica che vede nel disegno di legge un tentativo di indebolimento del baronato - consegnano nuovi strumenti di controllo delle assunzioni nelle mani dei potenti dell'università.

Pensiamo che di fronte a simili disegni sia necessario opporsi nettamente al concetto stesso di meritocrazia: che senso ha parlare di merito in un sistema in cui solo il 40% dei diplomati può materialmente accedere all'università?
Siamo tutti/e meritevoli di una scuola di qualità, di un'università critica e accessibile, di un posto di lavoro stabile, di un futuro, di una dignità!

Proprio su questo punto troviamo il documento finale dell’assemblea nazionale del 20 novembre estremamente carente.

Di fronte non solo allo smantellamento del diritto allo studio ma ad un vero e proprio salto di qualità ideologico del governo, che vede nel prestito d’onore e nell’indebitamento dello studente la nuova via d’accesso agli studi, non possiamo limitarci a chiedere reddito e nuovo welfare, al contrario dovremmo alzare delle vere e proprie barricate in difesa del diritto allo studio, rivendicando borse di studio, case dello studente, mense, libri e trasporti gratuiti. Il diritto allo studio è un diritto inalienabile per tutti gli studenti e le studentesse, conquistato dai grandi movimenti studenteschi del passato, strumento attraverso il quale siamo passati da un’università d’èlite ad un’università di massa e che ha permesso anche alle classi più deboli l’accesso all’istruzione pubblica.

A nostro avviso il concetto di diritto allo studio non è affatto superato, per questo continueremo a difendere in tutti i modi tale diritto e a dire chiaramente che non potrà mai esserci una giusta meritocrazia senza un reale diritto allo studio.

Difendere l'università pubblica per come l'abbiamo conosciuta noi, non può e non deve essere il nostro obiettivo. Occorre aggredire direttamente la dequalificazione dei corsi di laurea, la totale assenza di produzione di sapere critico, il ruolo stesso dell'università oggi, come fabbrica di forza lavoro settorializzata e direttamente frammentata. Non possiamo dunque sottrarci dal problema della trasformazione complessiva dei saperi che vengono prodotti nell’università, considerato che, tolti alcuni specifici ambiti di alta formazione, l'università odierna non produce null'altro che studenti formati alla precarietà di oggi e di domani.

In questo senso la lotta per un'istruzione di qualità e per un'università “sociale” non è solamente la lotta di tutti gli studenti, dei precari e dei lavoratori della scuola e della ricerca.

La lotta in difesa dell’istruzione pubblica appartiene a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici di questo paese.

In un periodo di profonda crisi economica, sociale e politica come quello che stiamo attraversando, in cui assistiamo a licenziamenti di massa, in cui i lavoratori e le lavoratrici in cassa integrazione o in mobilità sono sempre più numerosi, in cui si abbassano i salari, si chiudono le fabbriche, si attaccano i diritti fondamentali, in cui non ci sono ammortizzatori sociali e in cui l'assenza di una sinistra politica o sindacale si fa sentire con più forza, riteniamo che l'unità dei soggetti sociali in lotta sia un elemento imprescindibile e che come tale dovrebbe essere assunto.

Numerosi focolai di resistenza alla crisi sono in atto – anche se con poco risalto mediatico - in questo momento in Italia: gli insegnanti precari in mobilitazione da settembre, i lavoratori e le lavoratrici dell'Eutelia in occupazione da un mese e gli operai dell'ALCOA caricati dalla polizia durante un corteo a Roma sono solo alcuni dei numerosissimi esempi. Ma molto altro c'è sul territorio italiano: episodi che da mesi a questa parte parlano di occupazione di tetti, presidi ad oltranza, occupazione di aziende e prove di “sequestro alla francese” dei manager.

Anche su questo punto troviamo carente il documento finale dell’assemblea nazionale, un documento che di fatto non riesce ad andare con lo sguardo oltre i settori della conoscenza e a cogliere la gravità della crisi e le punte di conflitto più avanzate nei settori produttivi, come ad esempio le lotte operaie. Il documento finale ci sembra troppo appiattito su questioni riguardanti l’università e la ricerca, non riuscendo di fatto ad ampliare le rivendicazioni con l’intento di unire gli studenti e i lavoratori della formazione a tutti i lavoratori e a tutte le lotte che in questi mesi si stanno esprimendo in maniera sempre più dinamica ed interessante in tutto il paese.

Ad un anno dal movimento dell'Onda dovremmo tutti essere consapevoli che il non aver saputo costruire delle vere relazioni – seppur fortemente invocate – col mondo del lavoro ha rappresentato un limite enorme per uno dei movimenti studenteschi più grandi della storia italiana.

L'Onda non ha realmente saputo collegare le proprie rivendicazioni a quelle degli altri settori sociali, senza riuscire di fatto a mettere in crisi la produzione di questo paese, laddove invece il movimento studentesco francese ha trovato il suo maggiore punto di forza proprio nell’unione delle lotte studentesche con le resistenze dei lavoratori e delle lavoratrici, costringendo così il governo a ritirare i disegni di legge sulla precarietà lavorativa.

Siamo consapevoli oggi che per ottenere il ritiro del DDL Gelmini e per invertire la tendenza che vede nella scuola e nell’università pubblica il salvadanaio da cui tagliare per salvare banche, per finanziare le spese militari o inutili grandi opere, dobbiamo connettere le nostre rivendicazioni a quelle dei lavoratori e delle lavoratrici precari e della formazione, ma anche di quelli in cassa integrazione e delle fabbriche in lotta.

Siamo consapevoli di un fatto: i giovani oggi non hanno fra le proprie prospettive quella di un lavoro stabile e garantito. Allo stesso tempo, siamo consapevoli che per i tantissimi lavoratori precari, licenziati o in cassa integrazione si pone il problema della sopravvivenza e quindi della continuità del reddito anche in periodi di non lavoro.

Ma limitarsi a chiedere continuità di reddito senza esigere il blocco totale dei licenziamenti, l’aumento dei salari, l’assunzione a tempo indeterminato per tutti i precari, l’abolizione di ogni tipologia di precariato e la diminuzione dell’orario di lavoro, ci appare davvero insufficiente.

Se è vero che l’attuale crisi economica strutturale del capitalismo è stata provocata proprio dai profitti e dalle logiche di accumulazione, noi vogliamo aggredire esattamente ciò che è stato ed è tuttora causa della crisi stessa: vogliamo erodere i profitti e le rendite a favore dei salari e dello stato sociale.

Per saper leggere adeguatamente il processo in corso di smantellamento dell’istruzione pubblica è necessario inquadrarlo nel contesto più ampio di politiche adottate dal governo: l'università che viene regalata ai privati, la verticalizzazione delle gerarchie universitarie, la riforma del reclutamento dei ricercatori ed il superamento del concetto di diritto allo studio sono inscritte in un disegno politico complesso, nel quale va inserita la privatizzazione dell'acqua come la privatizzazione di moltissimi settori pubblici, l'attacco al diritto di sciopero e al contratto nazionale collettivo dei lavoratori, la strumentalizzazione del corpo delle donne per giustificare le politiche di repressione e controllo attuate in maniera sempre più forte dal Governo, il crescere dell’autoritarismo nelle scuole come nelle città e l’avanzata di una cultura sempre più violenta, razzista e discriminatoria nei confronti del “diverso”.

Si tratta dunque di contrastare un progetto politico complessivo e saremo in grado di farlo solo attraverso la creazione di un grande fronte unico sociale di opposizione alle politiche governative.

In quest'ottica costruiremo la giornata di mobilitazione lanciata dai precari della scuola per l'11 dicembre, con l’indizione dello sciopero di scuola e università da parte della FLC-CGIL e di altri sindacati e leggiamo senz’altro in maniera positiva l’estensione dello sciopero al settore del pubblico impiego.

Per questo intendiamo costruire per quel giorno uno spezzone studentesco nazionale che sfilerà unitariamente insieme a tutti i lavoratori presenti in piazza e che, ben lontano dal voler arrivare nella piazza di Epifani, punterà al MIUR, luogo nel quale da anni, governo dopo governo, è stata tracciato il disegno di smantellamento di scuola e università pubbliche.

Scenderemo in piazza con una piattaforma rivendicativa aperta, che parli di unità delle lotte e ricomposizione sociale e che rimetta al centro della discussione il rifiuto delle privatizzazioni, la salvaguardia del diritto allo studio e del lavoro e l'unità di tutti i settori sociali che stanno tentando di resistere alla crisi, ai suoi effetti e all'attacco della classe padronale.

MAI STANCHI DI LOTTARE!

MAI STANCHI DI GRIDARE “NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO”

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