Scienza e guerra, non c'è neutralità
Boicottare le università di Israele?
di Angelo Baracca*
da Il Manifesto del 22.01.09
La questione posta dagli studenti dell'Università La Sapienza di Roma del boicottaggio accademico di Israele, e in generale della ricerca militare, investe più di una questione, che vorrei affrontare nel portare il mio sostegno alla proposta.
Una prima questione riguarda gli aspetti politici contingenti, su cui pesa il giudizio su Israele e il conflitto israelo-palestinese: se in 42 anni la potenza incomparabilmente più forte della regione non ha trovato il modo di risolvere il problema del popolo e dello stato palestinesi, porta senza dubbio la responsabilità preponderante.
Ai colleghi che rifiutano di interrompere le collaborazioni scientifiche con Israele vorrei chiedere se darebbero la stessa risposta si trattasse di collaborazioni, poniamo, con l'Iran: e lo dico non per reiterare accuse a Tehran, per la cui leadership non ho nessuna simpatia, ma che fino a oggi non è incolpabile di palesi infrazioni internazionali. Israele è in palese e grave violazione del diritto internazionale, almeno perché non dichiara il proprio potenziale nucleare e non ammette verifiche dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica.
Si può rispondere che questo non ha a che fare direttamente con le collaborazioni scientifiche di base. Vorrei ricordare allora che nel 1939 vari scienziati proposero di non pubblicare i risultati delle ricerche sull'uranio: questo fu accettato solo più tardi, ma nessuno scienziato avrebbe mantenuto collaborazioni con la Germania nazista. Sia chiaro, non sto in alcun modo paragonando Israele alla Germania nazista, mi riferisco solo a violazioni del diritto internazionale e a rischi di escalation militari, su cui le persone ragionevoli non dovrebbero avere dubbi.
Qualche anno fa l'Unione europea varò forti sanzioni verso Cuba, rea di avere fucilato o imprigionato cittadini che espatriavano clandestinamente: quei provvedimenti compromisero la collaborazione scientifica e didattica che io, e altri, intrattenevamo con Cuba: qualcuno dei colleghi oggi in gioco con Israele alzò la voce?
Israele è uno Stato «ebraico», in cui la minoranza non ebraica ha uno status sociale diverso. I colleghi che collaborano con università e centri di ricerca israeliani si sono mai preoccupati di chiedere ai colleghi quale sia la percentuale di arabi nel corpo accademico e di ricerca? E se quegli istituti hanno collaborazioni con centri militari?
Il direttore del Dipartimento di Fisica di Roma avrebbe risposto agli studenti (cito dal manifesto) di non sapere quale futuro possano avere queste applicazioni, se in direzione positiva o a fini bellici. In questi giorni (come già nel 2006) circolano con insistenza accuse a Israele sull'uso o sperimentazione di armi nuove e atroci. Lo scrittore israeliano Shamuel Amir denunciava domenica il carattere «coloniale della guerra portata avanti dal sionismo», con la superiorità schiacciante dei suoi armamenti. Di fronte a questi rischi gli scienziati non possono mettersi l'anima in pace: provino almeno a prendere posizione contro le armi usate da Israele, e vedere se le loro collaborazioni proseguiranno!
Ma non ce l'ho in particolare con il Direttore del Dipartimento, perché dietro la sua risposta sta una questione generale: l'ideologia secondo la quale la scienza è un valore universale al di sopra delle questioni sociali e non è responsabile delle applicazioni - buone o cattive - dei risultati. Non entro nel merito. Mi risuona l'esclamazione di Enrico Fermi: «Lasciatemi in pace con i vostri scrupoli, è una fisica così bella!».
La scienza è un prodotto dell'attività degli uomini, partecipa e risente delle loro finalità, ed essi non possono lavarsi le mani del suo uso. Non si ricorda mai che una fetta notevole della comunità scientifica lavora in centri di ricerca militare, che hanno tutte le diramazioni possibili, e forse impensabili. Condivido le riserve a collaborare con l'università di California, che collabora con il laboratorio Livermore dove si progettano le armi nucleari. Oggi, di fronte alle sfide che l'umanità deve affrontare (e la prima è forse il rischio di un olocausto nucleare), gli scienziati devono assumersi maggiori responsabilità nei confronti del loro lavoro e delle loro scelte.
*docente di fisica Univ. Firenze
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