Dal Coordinamento dei Collettivi della Sapienza: 12 tesi per l'università

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1) Il tempo si è spezzato. Tre mesi di movimento

Tutto è cominciato con la 133 e il decreto Gelmini. Ma subito è stato chiaro che la sfida era ad un livello molto più alto, che, dopo vent'anni di riforme sulla nostra pelle, il conto da pagare per governo e istituzioni universitarie sarebbe dovuto essere molto più salato. L'attacco si è allargato all'università riformata nel suo complesso, al sistema dei crediti come quantificazione di un sapere totalmente dequalificato, all'assenza di diritto allo studio e all'esclusione differenziale e progressiva che si consuma ai vari livelli della formazione; in poche parole a quella fabbrica del precariato che l'università è diventata.
La presa di parola autonoma di noi studentesse e ricercatrici, nata dall'esigenza di dare una lettura di genere della crisi, della 133 e delle loro ricadute su tutte e tutti noi, ha posto sotto attacco l'università come luogo di riproduzione e legittimazione ideologica dell'oppressione di genere, caratterizzando con forza le rivendicazioni dell'Onda ed intercettando anche percorsi di genere più ampi.
Tutti e tutte abbiamo costituito un argine, un confine d'opposizione in un paese segnato da campagne xenofobe e dal razzismo istituzionale di un governo, ma non solo, strumentalmente giustificate dal tema della “sicurezza”. Tematiche che spesso hanno assorbito l'attenzione dell'opinione pubblica nascondendo le leggi vergogna del Governo. Ora si tratta di capire come spingere in avanti il confine, attraversarlo insieme ad altri, come aggirare le insidie e rimuovere gli ostacoli di un percorso tutt'altro che facile.
Abbiamo cominciato a scardinare i tempi e ridefinire i luoghi della fabbrica di precari, non vogliamo certo fermarci ora.

2) Cosa vogliono? Vogliono tutto.

L'università voluta da imprese e governi passati e presenti in tutta Europa è quella in grado di produrre forza lavoro precaria, dequalificata e altamente ricattabile, nel minor tempo possibile.
La merce particolare della fabbrica dei precari siamo noi stessi, prodotti tramite tempi alienanti in sintonia con i ritmi del lavoro precario, conoscenze parcellizzate e segmentate, irreggimentate in definiti modelli di cooperazione e valorizzazione. Un percorso di studi senza diritti per evitare che questi vengano reclamati un domani (o oggi stesso) sui posti di lavoro. Un'università messa a disposizione direttamente delle imprese secondo le loro esigenze tramite la costituzione di fondazioni private. Un'università come scuola di disciplina: disciplina del futuro lavoratore precario prodotto come merce, disciplina delle donne che devono imparare a rispettare quella gerarchia tra i generi che hanno subito e subiranno per tutto il corso della loro vita. Divide et Impera. All'università come nel lavoro. Ma quel che loro vogliono dividere noi lo vogliamo ricomporre, per smarcarci e contrattaccare.

3) La crisi? La loro crisi !

La crisi ha reso palese che le risorse ci sono quando si tratta di foraggiare le grandi banche e imprese nazionali.
Noi la crisi non la paghiamo. L'abbiamo detto fin dall'inizio. Perché abbiamo pagato abbastanza. Perché abbiamo pagato fin troppo. Perché è una crisi strutturale dei meccanismi del capitalismo contemporaneo. E' loro, non nostra. Che comincino a pagare le imprese, le banche, i grandi capitali finanziari e che restituiscano il maltolto accumulato negli ultimi anni, con gli interessi!
Il nostro “noi” è un “noi” non corporativo e che parla a tutti i soggetti che in questi anni hanno subito la stessa sorte degli studenti e già hanno cominciato a pagare la crisi attuale. Lavoratori e lavoratrici, migranti, donne, lesbiche, gay, intersessuali, transessuali. Uno slogan che ha già mostrato segni di contagio, ma che deve portare con sé anche pratiche e percorsi comuni se vuole davvero far male. Se vuole far pagare la crisi a chi finora ha solo accumulato profitti. Le risorse vengono distribuite in base ai rapporti di forza in campo. Noi questi rapporti di forza vogliamo rovesciarli.

4) Chi siamo? Soggetti precari

Siamo la generazione dell’eterna incertezza e dell’eterna precarietà. Il nostro presente è mutilato dalla totale assenza di un futuro. Siamo precari oggi perché troppo spesso siamo costretti a lavori precari o in nero per pagarci gli studi, a studi sempre più dequalificati e privi di contenuti critici, a tempi e ritmi di studio e di vita alienanti. Siamo precari in formazione perché l’università di oggi non ci offre nessuna futura garanzia lavorativa, perché i posti di lavori diminuiscono, i salari si abbassano, di garanzie sul lavoro non c’è più nemmeno l’ombra. E’ il mondo delle soggettività frantumate. Una condizione impossibile nel nostro presente. E' una prospettiva inaccettabile per il futuro. Vogliamo riprenderci il presente per costruirci un futuro diverso.

5) Con gli occhi del futuro per riprenderci il presente. Un passo indietro o due avanti?

Un salto di qualità è necessario: dobbiamo contrastare il destino che per noi hanno già scritto. Per farlo non possiamo che partire da quell'incertezza che segna indelebilmente le nostre vite. Il rifiuto della precarietà in termini assoluti, come sabotaggio sistematico di tutte le sue articolazioni, diviene tema centrale, terreno unificante per tutti i soggetti che non vogliono pagare la crisi e terreno di scontro con chi ce la vuole fare pagare. Rifiutiamo la precarietà come cifra fissa di questa società. La rifiutiamo come modello di organizzazione del lavoro (contratti a termine e infinita flessibilità), immenso strumento di ricatto e ammortizzazione dei costi per le imprese; la rifiutiamo come ennesimo strumento di oppressione delle donne, condannate così a un'eterna adolescenza, alla dipendenza economica, alla pressione intollerabile dei ritmi forsennati del doppio lavoro – fuori e dentro casa – di cui devono farsi carico; la rifiutiamo come modello di organizzazione sociale (assenza di welfare) che ci costringe a vivere nell'eterna incertezza e perenne ricatto.
Un rifiuto che può trovare espressione efficace solo nell'incontro con altri soggetti e settori in lotta (in primo luogo lavoratori e lavoratrici) se non vuole tornare indietro. Una vicinanza e una contiguità che vogliamo costruire sul terreno concreto di rivendicazioni e pratiche comuni.

6) Perché non abbiamo (ancora) vinto?

Va sicuramente detto che ci sono condizioni oggettive, indipendenti dall'Onda che hanno influito: il contesto politico, le scelte dei sindacati e lo stato del mondo del lavoro in generale, l'assenza di un terreno unificante che potesse essere articolato in una serie di rivendicazioni e pratiche comuni, diffuse e continuative. Tuttavia avremmo potuto creare condizioni maggiormente favorevoli alla vittoria. Innanzitutto costruendo realmente - e non solo evocando – una forte alleanza con il mondo del lavoro. In secondo luogo puntando maggiormente su obiettivi intermedi (soprattutto su didattica e un nuovo diritto allo studio), in grado di produrre conflitti e mobilitazione, presupposti necessari per reali cambiamenti, oltre ad aumentare la consapevolezza della nostra forza. Infine affrontando senza preconcetti e senza paure la questione dell'autorganizzazione del movimento, unico modo per autorappresentarci efficacemente ed evitare qualsiasi delega ad altri.

7) Ci siamo autorganizzati davvero?

Il movimento italiano ha mostrato ancora una volta un limite storico: la mancanza di un coordinamento nazionale degli atenei in lotta, con delegati eletti dalle assemblee di facoltà, a rotazione e revocabili in qualsiasi momento. L’esperienza francese ci insegna che il coordinamento nazionale è stato fondamentale per programmare iniziative comuni e un’agenda politica largamente condivisa, evitando in questo modo, come accaduto nel caso della Sapienza in Italia, che fossero solo i grandi atenei a dettare le scadenze di movimento. Il coordinamento avrebbe aiutato in questo senso soprattutto gli atenei minori, funzionando da stimolo e sostegno alla mobilitazione anche oltre la “fase esplosiva”. Inoltre il coordinamento avrebbe permesso all’Onda di parlare con un’unica voce e in questo modo di auto-rappresentarsi, evitando così che una qualsiasi struttura tentasse di rappresentarlo, come nel caso dei tavoli di trattativa con il Governo.

8) Sabotare la fabbrica: come escludiamo chi ci vuole escludere?

Nella canalizzazione dei percorsi formativi si articola il processo di formazione di una forza-lavoro precaria. Per sabotare questa fabbrica di precari bisogna innanzitutto liberare tutti i livelli della formazione da blocchi e numeri chiusi.
Attraverso l’esclusione differenziale e progressiva dai livelli più alti della formazione si riproducono le condizioni dell’attuale geografia delle classi sociali e della gerarchia tra i generi.
La conquista di un nuovo diritto allo studio deve garantire la possibilità di svolgere effettivamente l'intero percorso. Vogliamo essere liberi di poter scegliere quanto studiare.

9) Università e didattica ovvero i luoghi del conflitto

La possibilità di sperimentare nuova formazione non alienata e mercificata si apre oggi come unica vera riforma della riforma.
Agire sulla didattica e scuoterne le fondamenta significa oggi mettere in crisi l’intero impianto della fabbrica di precari: allo stato attuale forte è il processo di parcellizzazione e oggettivazione dei saperi, piegati alle esigenze del mondo del lavoro. E' necessario avviare un vero e proprio processo di critica e riqualificazione complessiva della didattica che porti ad individuare come terreni di conflitto i metodi, i contenuti della formazione e della ricerca. Conflitto su cui costruire il consenso e la partecipazione di studenti, dottorandi, ricercatori. E’ necessario scardinare il meccanismo di trasmissione verticale dei saperi (soprattutto di questi saperi), prendere parola nella definizione dei corsi e dei programmi didattici, autogestire i propri piani di studio, organizzare dei controcorsi (ovvero veri e propri corsi inerenti le materie d’esame oppure corsi su contenuti esclusi dalla didattica ufficiale; in entrambi i casi radicalmente diversi nell’organizzazione, nelle modalità e nei contenuti dai corsi ufficiali) come critica partecipata alla didattica ufficiale, per minare i recinti disciplinari e della ricerca. E' necessaria la partecipazione diretta delle studentesse e delle ricercatrici per sopperire alla completa assenza di dibattito e di studi che affrontano le tematiche di genere, per smantellare il primo dei recinti, quello che esclude le donne dalla produzione simbolica, perpetuando il monopolio maschile di scienza e saperi. Rendendo la didattica e la ricerca universitarie permeabili ai saperi critici che si producono al di fuori dell'istituzione universitaria. Superando la rigida separazione gentiliana tra formazione umanistica, scientifica e tecnica e l'iperspecializzazione come preparazione a una forma di esistenza parziale, attraverso un radicale ripensamento del rapporto tra università e scuola e tra queste e la società nel suo complesso.
Agire sulla frammentazione dei saperi e sui rigidi compartimenti della ricerca significa intervenire sui processi materiali che stanno alla base delle condizioni, degli immaginari, delle funzioni della forza-lavoro precaria in formazione che sono gli studenti e le studentesse. Se il sistema dei crediti mirava a mettere in moto una catena di montaggio della formazione, vogliamo abolire i crediti per contribuire ad abolire la catena di montaggio nella società.

10) Lo studio come diritto in movimento

La migliore difesa dei diritti è la conquista di nuovi. Il diritto allo studio è stato fatto a brandelli. Un nodo cruciale su cui si incentra il peggioramento delle condizioni materiali di vita degli studenti e delle studentesse. La sua assenza produce incertezza all’accesso e incertezza durante gli studi. Alla precarietà lavorativa di molti studenti si aggiunge così una profonda precarietà esistenziale. Dichiarare guerra alla precarietà è anche battersi per un nuovo diritto allo studio: avere un’abitazione, accesso a forme di comunicazione adeguate alle attuali relazioni sociali, una borsa di studio, dei pasti garantiti, dei trasporti gratuiti, libri di testo economicamente accessibili, consultori universitari, asilo per le studentesse madri, assistenza sanitaria, ecc. Ottenere un reddito sociale per gli studenti significa sconfiggere nel presente la nostra eterna condizione precaria, significa rifiutare la precarietà qui e adesso. Un diritto allo studio da ripensare all’altezza dell’attuale ruolo sociale degli studenti. Non un diritto statico, ma un diritto in movimento. Un terreno su cui valorizzare il protagonismo degli studenti.

11) I collettivi studenteschi

Per portare avanti i processi di sabotaggio della fabbrica è necessario evitare che ad ogni mareggiata si debba ricominciare tutto daccapo: pensiamo che i collettivi siano la miglior forma di organizzazione dal basso che, all’interno di ogni facoltà e ogni ateneo, possano favorire processi di autorganizzazione e di movimento. Per questo pensiamo che si debbano costruire collettivi ovunque, ossia delle strutture studentesche permanenti, orizzontali, democratiche, che diano continuità e solidità al processo di autoriforma dell’università, dotandosi di progettualità e strumenti di lavoro che, a differenza della pura assemblea, vanno oltre le fasi di movimento. Dei luoghi di incontro, discussione, elaborazione e condivisione di bisogni degli studenti e delle studentesse, in grado di affrontare anche il tema spesso rimosso dell'oppressione di genere. Riteniamo necessaria la costruzione di collettivi di genere, all'interno dei quali donne, lesbiche, gay, intersessuali e transessuali possano elaborare la specificità della propria condizione e portare avanti le proprie rivendicazioni. Abbiamo bisogno di organizzazioni radicalmente diverse dalle strutture burocratiche spesso rappresentate anche da alcuni sindacati studenteschi; di strutture di base, aperte, con l’unica finalità di costruire partecipazione e movimento, che fondano nella pratica delle assemblee di facoltà il proprio agire, la propria capacità di tendere a momenti di autorganizzazione vera e propria, ossia capaci di cedere totalmente sovranità al movimento e alla sua autorganizzazione nel momento in cui essa si dispiega.

12) Sabotare la fabbrica: come ci coordiniamo?

L’assenza di un larga e diffusa modalità di organizzazione nazionale degli studenti è oggi, oltre che un dato di fatto, una delle principali cause delle difficoltà di mobilitazione, specialmente in conflitti che non siano a macchia di leopardo e facciano leva su condizioni materiali, immaginari e autonomia dei soggetti e dei movimenti. Il problema dell’organizzazione è oggi centrale e prioritario: sono necessarie forme e modalità non burocratizzate, realmente radicate nelle facoltà e negli atenei tramite i collettivi studenteschi, strutture di base essenziali per una forma organizzativa profondamente democratica e partecipata, espressione dell’autonomia delle realtà locali . Un’ idea di organizzazione che non si riduca ad un semplice sindacato, ma che nemmeno sposti il proprio baricentro al di fuori dell’università. Si tratta di affrontare con efficacia contenuti politici in grado di legare la condizione studentesca alla condizione lavorativa, ricercando alleanze, rivendicazioni e percorsi comuni.
Per sabotare la fabbrica, per non pagare la crisi, per sconfiggere la precarietà. Alla navigazione sottocosta preferiamo il mare aperto.

Coordinamento dei Collettivi
Università "La Sapienza" (Roma)

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