in rivolta

La crisi di un'epoca

16/3/2012

Ci troviamo in una fase storica nella quale la crisi economica, che ha le sue radici fin nella seconda metà degli anni '70, ha prodotto un'aggressione sempre maggiore da parte del capitale, il quale ha allargato i tentacoli del mercato fino alla privatizzazione dell'acqua, del vivente(1) e addirittura alla speculazione sull'aria(2) . Da quando la crisi è venuta violentemente alla superficie, nel 2008, essa mostra la fine dell'illusione di un capitalismo sostenibile, di società della conoscenza, all'interno della quale la tecnologia avrebbe permesso la risoluzione di tutte le contraddizioni capitaliste, garantendo a tutti l'accesso ad un'istruzione, un lavoro dignitoso, una partecipazione democratica alle decisioni dello Stato tramite forme virtuali di democrazia diretta, la risoluzione della questione ambientale.
Tutto ciò non è avvenuto e, anzi, le prospettive future delle nuove generazioni sono tutt'altro che rosee(3) sia nei paesi del Sud dell'Europa sia nei paesi più avanzati come gli Stati Uniti o la Germania, dove i margini di profitto continuano ad aumentare sull'aumento del tasso di sfruttamento (basti pensare alla recente riforma del lavoro tedesca, il paese che ha meno risentito della recente crisi) e dei tagli a Welfare e diritti. Lentamente stanno addolcendo la pillola annunciando la necessità di nuovi modelli sociali e ristrutturazione del Welfare, dove, come per le riforme in campo universitario, ristrutturazione sta per tagli e classismo.
In questo contesto di crisi egemonica della narrazione neoliberista del mercato libero come
entità regolatrice e portatrice di benessere, non vi è però una contro-narrazione, un'utopia che possa mostrare un altro mondo possibile. Infatti l'offensiva del capitale è avvenuta anche grazie ad un arretramento del movimento operaio e alla caduta dell'unico (e tragico) esempio europeo di socialismo reale.
Se fino all'onda lunga degli anni '90, fino al Social Forum ed al G8 di Genova, si può parlare di un Movimento, ad oggi ci troviamo in una costellazione di organizzazioni e lotte divise nella geografia territoriale ed ideologica.
L'assenza di quest'alternativa forte e condivisa è dovuta principalmente proprio all'arretramento dei movimenti sociali, sempre più compartimentati in lotte particolari, settoriali o locali; alla frammentazione operata dal capitalismo che tende, tramite l'aziendalizzazione della contrattazione sul lavoro e la stratificazioni di ceto e categorie sociali, a rendere ognuno solo nella sua individuale particolarità; ed al mutare dell'assetto dell'organizzazione produttiva e sociale, rendendo inadatte all'analisi della realtà alcune ideologie cristallizzate in retaggi obsoleti o altre cadute anch'esse nell'illusione di una nuova era dove la produzione materiale parrebbe scomparsa.
Questa duplice crisi, strutturale e sovrastrutturale, nei giovani assume caratteristiche anche generazionali. Le nuove generazioni sono state le cavie per le forme contrattuali atipiche precarizzanti, sono stati i primi ad aver sperimentato il nuovo assetto in cui va delineandosi il sistema formativo e l'università, la fabbrica di precari radicalmente cambiata dalle università di massa precedenti al processo di Bologna, e si ritrovano irrappresentabili da partiti e sindacati, forme di organizzazione politica incapaci di cogliere le esigenze della loro condizione materiale.
Questo mix genera una situazione esplosiva, fatta di disillusione, proliferazione di nichilismo e individualismo, ed un'assenza di prospettive che, ponendo il giovane come soggetto marginale nella società, lo rende potenzialmente ribelle, ma che raramente esplode, costretto a cedere al ricatto ed alla cooptazione come unici mezzi per andare avanti, con la speranza di una fuga verso migliori lidi.
Ma individuare la causa di questi mali solo nella “anomalia Italia”, è segno di strabismo: da un lato significa individuare nei fenomeni che pur esistono la causa di mali che in realtà vivono anche in altri paesi, dentro e fuori l'Europa.
Già Marx indicava l'Italia come un capitalismo anomali, il capitalismo straccione, forse proprio a causa d'una rivoluzione, come diceva il buon Mario Monticelli, che mai si è verificata in Italia. Quello strappo necessario per eliminare un sistema che si basa ancora su logiche di clientelari figlie del passato feudale.

Fare Collettivo
Il nostro primo compito, nella e nelle crisi, è quindi quello di ricomposizione sociale e politica, al fine di ri-costruire una soggettività sottomessa e potenzialmente ribelle. Individuare rivendicazioni e pratiche utili a questo scopo diventa la nostra priorità.
Se come abbiamo detto la mancanza di una visione alternativa è una delle radici di questa crisi di egemonia, dobbiamo cominciare a parlare una lingua diversa, fatta di positività e non solo rifiuto dell'esistente. “Indignarsi non basta”, come non basta la rabbia e la forza senza obiettivi chiari. Come vediamo in questi giorni in Grecia, nel momento della resistenza è possibile fare fronte comune, ma nel momento della costruzione dell'alternativa ritorna il tutti contro tutti politico, specchio anche di un tutti contro tutti sociale.
Per evitare che la volontà collettiva di “cambiare”, di “rivoluzionare” il sistema non si infranga ed esploda poi in infinite volontà particolari, dobbiamo far sì che le nostre azioni e lotte particolari siano esemplari di una progettualità globale, e questo sarà possibile solo fuoriuscendo dalle logiche di competizione interne al movimento e promuovendo la costruzione di questa utopia.
Nelle nostre lotte all'interno dell'università e nei quartieri dobbiamo esprimere estraneità al sistema, ma questo deve significare testimoniare alternative ad esso, questa può e deve essere una parola d'ordine per la scelta delle pratiche del movimento. Tramite l'azione singola dobbiamo essere capaci di determinare l'utopia che abbiamo in mente: innanzitutto per comunicare con chi vive le nostre condizioni, ma anche perché abbiamo sperimentato sulla nostra pelle gli effetti di anni di concertazione e trattative al ribasso: se vogliamo ottenere qualcosa dobbiamo esagerare, “ fare paura al padrone(4)”, il quale altrimenti non cederà di un passo. La radicalità si esprime non nella rappresentazione di un conflitto superficiale, ma “[ne]lla capacità di raggiungere un obiettivo politico, di comunicarlo e farlo percepire come praticabile a livello di massa”.
Altro punto fondamentale: individuare le condizioni materiali che ci accomunano. Perché non esiste solo la frammentazione politica, ma soprattutto è la frammentazione sociale che rende più difficoltosa l'organizzazione e la soggettivazione dei movimenti.
Su questo punto crediamo si debba concentrare il dibattito interno ai collettivi: individuare le condizioni materiali che ci accomunano è fondamentale per connettere gli interessi materiali individuali con le pratiche di ribellione e mostrare il denominatore comune , che sia di classe, generazione, categoria o luogo; focalizzarsi su ciò che ci rende “il 99%”, per cessare di retoricizzare i nostri slogan ma declinarli in azioni reali ed invalidare la sinonimia fra militanza e sacrificio . Ma la scelta delle vertenze e delle lotte particolari in questo modo diventa anche scelta di pratica e conversione delle stesse in trasformazione materiale, tramutando l'autorganizzazione e l'autogestione, da prese di posizione e pratiche di latente autonomia dal sistema a mezzi per invertire la tendenza di singolarizzazione degli individui e di testimonianza di alternativa.
Se il nostro scopo è rivoluzionare l'esistente, e non solamente resistergli e testimoniare che “c'è chi dice no”, dobbiamo abbandonare la militanza puramente testimoniale e cominciare a ragionare non solo sul come la ristrutturazione capitalista divarica i destini individuali frammentando la società, ma sul come agire in controtendenza.
La scelta di iniziative e forme di lotta che eliminino il concetto di delega della protesta significa scegliere forme di autogestione, ove possibile, e rendere “dialettica” l'attività del militante. Fare politica deve significare anche fare comunità, essere soggetto politico durante la quotidianità e far partecipare, non più come spettatori, figuranti o sostenitori, i nostri compagni di corsi, di quartiere o di lavoro.
Con questo intendiamo dire che deve esserci una coerenza non solo nella scelta dei mezzi (coerenza mezzi-fini) ma anche un'unità fra teoria e prassi ed una modalità d'azione che non tenda all'isolamento. Spesso si intende quest'ultimo punto in maniera superficiale, ovvero, si crede che per aumentare l'audience, allargare i consensi, si debba semplicemente annacquare l'analisi, smorzare i toni, ecc... Tutt'altro! Solamente alla presenza di un'analisi profonda, che coglie le sfumature e le pieghe della realtà è possibile poi individuare rivendicazioni locali e pratiche che possano colpire il ferro nel modo giusto, anche se non “totali” o “globali”. Ma per fare ciò è necessario che anche la riflessioni sulla prassi non sia data per scontato.
Ri-costruire una soggettività è un processo lento e che deve tener conto dell'ideologia dominante nei termini in cui essa si esprime nelle categorie di nostro riferimento. Se vogliamo organizzare la rivolta nelle nostre scuole, università, quartieri e luoghi di lavoro è fondamentale il radicamento in questi spazi. Nei momenti di crisi si fa ancor più importante tessere un tessuto sociale al di fuori delle fasi di movimento. Il lavoro del collettivo è quello di costruire una egemonia politica capace di costruire autonomamente le mobilitazioni, ma soprattutto di dare progettualità a quelle fasi di lotta o mobilitazione che sennò non supereranno la fase di semplici jacquerie(5) o rischiano di prendere “brutte pieghe” corporativiste o addirittura reazionarie.
La necessità del radicamento sta anche nel fatto che la repressione più pericolosa è quella che avviene attraverso il disarmo delle lotte praticato con l'isolamento del conflitto, restringendo quindi l'area di consenso e rendendo poi possibile la repressione poliziesca tradizionale delle denunce o del carcere. Qua a Firenze abbiamo visto quanto si sia rivelato pericoloso un atteggiamento che ha dato per scontata la questione del radicamento e della distanza fra l'avanguardia militante ed il resto della popolazione studentesca: a pochi mesi da una stagione di mobilitazione studentesca è stato possibile costruire un'indagine che coinvolgeva 100 militanti principalmente universitari, colpendone 35 con misure di custodia cautelare (un arresto in carcere, 11 arresti domiciliari e 22 obblighi di firma) senza vedere alcuna reazione di massa neanche all'interno dell'ambiente studentesco.
La questione del radicamento va affrontata non solo facendo iniziative nei nostri luoghi di riferimento, promuovendo alternative di socializzazione e iniziative politiche e culturali, ma anche facendo proprie istanze che vengono dai bisogni delle persone che vorremmo politicizzare e organizzare. Una lotta anche parziale, se affrontata con consapevolezza può servire per allargare gettare le basi per allargare questo tipo di lotte, senza rischiare riformismi o corporativismi di alcun genere.
In conclusione, crediamo che sia opportuno cominciare un dibattito su tutto ciò a partire da alcune parole d'ordine:
Beni comuni e Democrazia: concentrarsi su di essi significa mettere in discussione le forme attuali di gestione dei beni e servizi che, irretite nel binomio pubblico-privato, non prevedono alcuna forma di amministrazione realmente democratica e finalizzata alla soddisfazione dei bisogni collettivi. Attraverso un'analisi, anche propositiva, possiamo cominciare a delineare forme di organizzazione oltre il capitalismo, da poter far vivere anche nelle nostre battaglie in difesa del territorio, dei beni comuni, del diritto allo studio e contro il debito. Questo dibattito porterebbe all'elaborazione di forme di autogestione e di democrazia diretta praticabili anche all'interno di queste battaglie, e qui penso, per esempio, all'utilità della campagna referendaria sull'acqua bene comune che ha permesso di portare all'ordine del giorno esempi e proposte alternative a quelle esistenti. Da questo punto di vista anche l'elaborazione della campagna sull'Audit potrebbe essere interessante in quanto prende in considerazione forme di democrazia partecipativa che riguardano l'amministrazione dei bilanci pubblici, ovviamente è fondamentale approfondire la discussione su questo tema, al di fuori di palizzate ideologiche o settarie.
Un'altra Università: per quanto riguarda le campagne più interne al contesto universitario dobbiamo innanzitutto ripensare al ruolo della rappresentanza all'interno degli organi accademici: in questo stadio avanzato di riforma dell'università di massa quanto e cosa resta di salvabile?
Senza voler affermare che sia diventato inutile, crediamo che il nostro margine di lavoro all'interno di questi organi si sia assottigliato. Quel poco che possiamo fare però dobbiamo farlo con una prospettiva che vada un po' al di là dell'oggi. Per esempio, lavorare all'interno dei Consigli di Corso di Laurea per inserire e/o rafforzare i crediti per i laboratori (previsti dall'ordinamento e elastici sia nelle ore che nel metodo didattico) è prioritario. Inoltre dovremmo rilanciare la campagna dei controcorsi, troppo in fretta accantonata e poco sviluppata. Se i peggiori effetti del Processo di Bologna è proprio quello di riprodurre il pensiero dominante ed impedire ogni criticità e consapevolezza negli studenti, i controcorsi, al di là del loro riconoscimento in crediti o meno, sono un ottimo strumento per permettere agli studenti di accedere a un'offerta formativa più ampia ed interdisciplinare. Su questo punto sarebbe interessante, inoltre, cercare di includere in questa campagna anche i docenti sottoscrittori l'appello “L'università che vogliamo(6)” e tentare di rendere più organico il progetto dei controcorsi.
Unità coi lavoratori ed anticapitalismo: questi concetti sono spesso citati e ripetuti come un mantra, ma siamo convinti che richiedano un'analisi un po' più profonda e meno ingenua. La prima troppo spesso viene evocata annullando ogni particolarità studentesca nelle rivendicazioni, manovra controproducente poiché quest'unione si può costruire solo attraverso quanto scritto sopra, ovvero solo costruendo una coscienza critica all'interno dei propri luoghi. Per entrambe quindi vale la stessa prassi, smettere di farne dei simboli vuoti e lavorare per far comprende agli studenti quanto le nostre problematiche le nostre lotte siano legate a quelle dei lavoratori contro un sistema basato sullo sfruttamento.

(1) ricordiamo che nel 1995 Mario Monti presentò la direttiva “sulla brevettabilità del vivente”, nonostante la bocciatura del Parlamento Europeo, che venne poi approvata il 12 Maggio 1998 e che è passata alla storia come “la più forte azione di lobby nella storia del Parlamento Europeo” (dichiarazione dello stesso relatore della direttiva, Willy De Clerq) e che permette la brevettabilità, ovvero la privatizzazione, di piante, animali e parti del corpo umano, con la sola esclusione del corpo umano intero.
(2) si fa riferimento alla creazione del mercato delle emissioni, il sistema elaborato a Kyoto durante il COP3 e che prevede la compravendita di quote di emissioni di Co2, ovvero l'acquisto del diritto ad inquinare.
(3) si veda “La fine della grande illusione” di Danilo Corradi e Marco Bertorello, Rivista ERRE n°44.
(4) Wu Ming 1 “Toni Negri sull'autostrada, ovvero: Tirannia del tempo e momento utopico”.
(5) si fa riferimento, senza andare oltreconfine, alle date del 14 Dicembre 2010, del 15 Ottobre 2011 o alle rivolte dei migranti di Rosarno o del Cara di Bari.
(6) Il testo dell'appello "l'università che vogliamo" è su ateneinrivolta.org