Sono trascorsi quasi sei mesi dallo scorso 8 ottobre, quando nel corso dell’assemblea
nazionale dei precari della ricerca e della docenza delle università si decise da dare vita
ad un coordinamento nazionale. Sono stati sei mesi intensi, attraversati dalla mobilitazione
contro la “riforma” Gelmini, che ha visto la partecipazione attiva di studenti, precari e
ricercatori. Una “riforma” che non rappresenta solo la traduzione in legge di un disegno di
ridimensionamento del sistema della ricerca e dell’istruzione superiore pubblica in Italia e
di contrazione del diritto allo studio, ma sancisce anche la definitiva istituzionalizzazione
negli atenei di un sistema di relazioni lavorative basate sulla precarietà,
sull’incertezza, sul ricatto quotidiano… Una “riforma” che estende all’università la politica
di licenziamento dei lavoratori precari che il Governo Berlusconi ha già imposto al
mondo della scuola e sta imponendo a tutto il pubblico impiego attraverso l’attuazione del
taglio del 50% contenuto nella manovra del luglio 2010. Ciò che sta accadendo in queste
settimane non è un caso: il caos sui rinnovi contrattuali, il blocco degli assegni di ricerca,
l’impossibilità di assumere anche un solo ricercatore a tempo determinato sono la più
evidente manifestazione della politica di soppressione della precarietà mediante la
soppressione dei precari che l’attuale Governo ha perseguito fin dalle settimane
immediatamente successive al suo insediamento, tagliando fondi e teste. Politica che,
allargando ancor più l’orizzonte, altro non è che l’applicazione al settore pubblico della
sistematica compressione del diritto del lavoro cui abbiamo assistito, e non solo in
Italia, prima con la progressiva precarizzazione dei nuovi rapporti lavorativi, che ha
impoverito prevalentemente la fascia giovane della popolazione, e ora con l’attacco ai
diritti storici e il tentativo di rendere precario anche chi precario ancora non è. Per questa
ragione non possiamo non sentirci vicini a tutti coloro che, come noi, sono vittime di
queste dinamiche, dalle piazze del Maghreb alle fabbriche italiane.
L’attacco al diritto allo studio e alla ricerca pubblica è parte integrante dei processi
descritti, costituendo un passaggio essenziale nel percorso di costruzione di una società
divisa in caste, priva di mobilità sociale e pronta ad offrire ai propri giovani solo
lavori precari e malpagati. Non è un caso che i ministri Sacconi e Meloni si siano più
volte lanciati nell’esaltazione del lavoro manuale, spiegandoci è l’eccesso di istruzione a
generare le rivolte giovanili. Se non riusciremo a fermare queste politiche, saremo costretti
a rassegnarci ad un Governo intenzionato ad ampliare il gap nel numero di laureati che ci
separa dal nord Europa, a bloccare ancor più la mobilità sociale, ad estendere
ulteriormente una spaventosa disoccupazione giovanile in realtà figlia della facilità con la
quale in contesti di crisi la precarietà inevitabilmente si trasforma in cessazione dei
rapporti lavorativi.
Per queste ragioni riaffermiamo il nostro impegno in difesa dell’università e dell’istruzione
pubblica e ribadiamo ancora una volta le nostre posizioni: diritto allo studio, diritto al
lavoro, pari opportunità tra i sessi, libertà di insegnamento e di apprendimento. Chiediamo
un’università che offra alla società civile didattica di qualità e ricerca talentuosa ed eserciti
il ruolo di costante e autonomo osservatorio critico. Un’università che al suo interno
abbatta il disagio delle fasce deboli, che non crei fratture sociali tra lavoratori, che non
sfrutti il lavoro culturale con contratti umilianti privi di tutele, di diritti e di futuro. Che non
offra alle generazioni più giovani la scelta unica del precariato a vita.
SECONDA ASSEMBLEA NAZIONALE del Coordinamento dei Precari della ricerca e della didattica – Università CPU
PISA, 15 aprile 2011 ore 11 Aula Magna Polo Didattico Carmignani – Piazza dei Cavalieri 6
Nell’immediato chiediamo che
- sia posta fine alla paralisi contrattuale, al blocco di TD e assegni di ricerca, allo
stop ai rinnovi dei vecchi contratti, alla riduzione in clandestinità di borsisti e
contrattisti
- statuti e codici etici degli atenei riconoscano ai precari gli stessi diritti dei
lavoratori strutturati (asili nido, mense, parcheggi, rimborsi spese, accesso a
fondi di ricerca...) e definiscano degli standard minimi di diritti e tutele per tutto il
personale
- siano introdotte rappresentanze dei precari in tutti gli organi accademici
- tutti gli incarichi di docenza siano adeguatamente retribuiti e le università
smettano di affidare a precari incarichi di docenza gratuiti o a compenso
simbolico in base alle vecchie norme, oramai abrogate, della legge Moratti
- si proceda immediatamente al rifinanziamento del sistema universitario,
ponendo fine alla drammatica politica di tagli, si rimuovano gli ostacoli finanziari e
burocratici che impediscono di bandire un numero significativo di posizioni di
ricercatore a TD e si preveda che a questa figura non si applichi il taglio del 50%
delle collaborazioni previsto dalla manovra economica del 2010
- si interrompano immediatamente i tentativi di introdurre nei regolamenti
d’ateneo limiti di età espliciti od impliciti per l’accesso alle posizioni di ricercatore a
TD e di assegnista di ricerca
Ribadiamo i nostri 5 punti:
L’approvazione della “riforma” Gelmini non deve rappresentare la pietra tombale
sull’università italiana e non deve spingerci a rinunciare al nostro impegno per una
vera riforma dell’università, che preveda:
- Contratto Unico di Ricerca e Didattica
Nell’ultimo quindicennio, all’interno delle università italiane si è abnormemente diffuso il
malcostume di ricorrere all’uso, e frequentemente dall’abuso, di un numero incalcolabile di
forme contrattuali precarie spesso nate con altre finalità o addirittura concepite per realtà
esterne al mondo universitario, come le “partite iva” o le prestazioni occasionali. Anche
quando sono state introdotte specificamente per il sistema accademico, come nel caso
degli assegni di ricerca, il loro uso estensivo come forme di lavoro continuative ha
condotto alla negazione di diritti basilari (tutela della maternità, adeguata contribuzione
previdenziale, riconoscimento del diritto alle ferie, retribuzioni adeguate…). Oltre alle ovvie
ed inaccettabili implicazioni etiche, una simile realtà rappresenta un pesante macigno
sull’internazionalizzazione del nostro sistema universitario, dal momento che è difficile
pensare che il nostro paese possa attrarre giovani dal nord Europa o dagli USA offrendo
prospettive da lavoro nero. La questione è di particolare rilevanza, dal momento che le
cattive performance delle nostre università nelle classifiche internazionali non dipendono
dalla qualità della ricerca, ma dal grado di internazionalizzazione, dai servizi agli studenti e
dall’elevato rapporto studenti/docenti. Dobbiamo riconoscere che la “riforma” fa un piccolo
passo nella direzione corretta, sopprimendo il ricorso a tutte le forme contrattuali diverse
da assegni e TD. Si tratta però di novità non soddisfacenti. In primo luogo non è prevista
un’adeguata gestione del transitorio: a borsisti e co.co.co. in servizio non sono stati offerti
contratti dignitosi, ma semplicemente sono stati trasformati in lavoratori clandestini,
costretti a svolgere quotidianamente attività di ricerca nonostante questo sia vietato dalla legge, con conseguenze pericolosissime soprattutto per chi è impegnato in attività
sperimentali. In secondo luogo non viene concesso il tempo per adeguarsi alla nuova
normativa. Un breve periodo di transizione sarebbe invece necessario, non per mandare
in cavalleria la progettata eliminazione dei contratti più indecenti come appena chiesto da
autorevoli esponenti della CRUI, ma per graduarne l’attuazione, concedendo ai gruppi di
ricerca e ai soggetti coinvolti un periodo di pochi mesi, o al massimo un anno, per potersi
riorganizzare. In terzo luogo, la contemporanea esistenza di tre diverse fattispecie
contrattuali, assegni di ricerca, RTDa e RTDb, rappresenta una semplificazione solo
parziale della giungla contrattuale e soprattutto continua a prevedere due tipi di contratto
del tutto sganciati dal qualsiasi percorso di tenure track.
Alle precarietà vecchie e nuove si deve rispondere con un contratto davvero unico, di
natura subordinata, senza limiti di rinnovo e retribuito in maniera adeguata, cui siano
riconosciuti tutti i diritti fondamentali del lavoro, onde ripristinare nelle università italiane il
pieno rispetto dei diritti sanciti dagli articoli 36 e 37 della nostra Costituzione.
- Ruolo unico in tre livelli
La “riforma” Gelmini introduce in Italia la figura del ricercatore usa e getta. Con la definitiva
soppressione della figura del ricercatore a tempo indeterminato, il nuovo percorso per
l’accesso ai ruoli universitari prevede un precariato che, fra assegni di ricerca e contratti a
tempo determinato, durerà mediamente 12 anni, cui andranno aggiunti 3 anni di dottorato
di ricerca ed eventuali probabili periodi di vacanza contrattuale. Questo si tradurrà in
un’età media per l’accesso in ruolo ben superiore ai 40 anni. La definizione di tenure track
per questo sistema è meramente propagandistica, poiché una tenure track dovrebbe
consistere in una verifica delle capacità del candidato e non in una lotteria nella quale
l’assunzione dipenderà da una molteplicità di fattori, soprattutto di natura economica,
completamente al di fuori del suo controllo. Nell’attuale contesto un esito positivo di questa
lotteria è peraltro quanto mai illusorio dal momento che il sistema della ricerca e
dell’innovazione in Italia è oggetto di continui tagli e per di più alle stesse posizioni
concorreranno anche gli attuali ricercatori a tempo indeterminato, in una competizione fra
figure incomparabili che non potrà che essere decisa da logiche di tipo clientelare. I
risultati di queste novità saranno un rafforzamento dei poteri baronali, che amplieranno il
proprio controllo sui destini personali di chi davvero svolge attività di ricerca, e un ulteriore
incentivo all’emigrazione di lavoratori qualificati. Per queste ragioni respingiamo i contenuti
regressivi della “riforma” Gelmini e chiediamo di riorganizzare tutto il personale
universitario in un unico ruolo docente, che dia prospettive reali ai precari presenti, che
disegni un sistema che a regime preveda l’ingresso nei ruoli stabili ben prima dei 40 anni
imposti dalla “riforma” e che, intaccando il controllo diretto dei potentati accademici sulle
carriere, sopprima le logiche feudali, care ai sostenitori della “riforma” Gelmini, che stanno
distruggendo l’università italiana.
- Rilancio del reclutamento
L’Italia occupa il terzultimo posto nella classifica OCSE sugli addetti alla ricerca rispetto al
totale della popolazione attiva, precedendo solo il Messico e la Turchia. Questo dato è
diretta conseguenza delle scelte politiche ed industriali di una classe dirigente miope che
ha voluto imporre all’Italia un modello di sviluppo che pretende di giocare al ribasso sulle
retribuzioni e sui diritti. Scegliendo la strada del ritorno al passato, il Governo ha deciso di
affrontare i problemi che abbiamo davanti attraverso il ricorso a ricette inaccettabili: lavoro
mal pagato, riduzione degli standard di sicurezza (in un paese che conta più di tre morti
sul lavoro al giorno, domeniche comprese), disoccupazione e concorrenza al ribasso fra
lavoratori, riduzione di tutele, diritti e misure di sostegno al reddito, crescente
precarizzazione. L’Italia sceglie di aumentare la propria competitività riducendo il
benessere e i diritti dei propri cittadini, soprattutto dei più giovani, avviandosi verso il suicidio demografico, laddove altre nazioni puntano invece sulla ricerca e sull’innovazione.
Occorre quindi avviare una seria politica di investimenti incentivando l’assunzione di
personale addetto alla ricerca sia nel settore privato che in quello pubblico. Per tale
ragione chiediamo di porre fine al licenziamento di massa che, attraverso il blocco dei
concorsi da ricercatore a TD, la paralisi che si sta imponendo agli atenei nell’interminabile
fase di avvio della “riforma” e il blocco degli assegni di ricerca si sta producendo nel
sistema universitario italiano, causando un’irreparabile dispersione di esperienze e
competenze sulle quali il nostro paese ha investito tempo e risorse. Ma soprattutto, al fine
di allineare il numero di docenti e ricercatori delle università italiane agli standard europei,
chiediamo che, accanto alla ripresa di un reclutamento regolare e stabile con piani
pluriennali, il Governo avvii e finanzi una stagione di reclutamento di ricercatori attraverso
procedure concorsuali serie e trasparenti e in posizioni che prevedano sbocchi lavorativi
reali, senza finire nel nulla.
- Adeguamento dell’età pensionabile dei docenti universitari agli standard europei
L’età media dei docenti italiani è la più elevata fra quelle dei sistemi universitari europei.
Questo stato di cose è conseguenza di decenni di politiche clientelari e del privilegio
feudale che consente ai professori ordinari italiani di andare in pensione cinque anni più
tardi dei loro colleghi stranieri, nonché di tutti gli altri dipendenti delle pubbliche
amministrazioni. In questo modo gran parte del modesto investimento italiano nel sistema
universitario è utilizzato per pagare gli stipendi dei professori ordinari più anziani,
penalizzando gli ingressi di nuovi ricercatori e docenti ed impedendo un ricambio
generazionale assolutamente necessario in un’epoca nella quale le conoscenze e le
tematiche di ricerca, soprattutto in ambito scientifico, sono in continua evoluzione.
L’esplosione del precariato ed il massiccio ricorso a forme contrattuali sempre più
indecenti sono conseguenza anche di questo stato di cose, cui si deve urgentemente
porre rimedio abbassando a 65 anni (e 40 di contributi) l’età di pensionamento dei
professori universitari, in linea con i nostri partner europei, ed utilizzando tutte le risorse
rese disponibili per bandire nuovi concorsi in tutti i ruoli dell’università, favorendo in
particolare l’ingresso di giovani ed il riassorbimento del precariato.
- Welfare e tutele sociali
Ai lavoratori precari, nelle università come nel resto del mondo del lavoro italiano, non è
riconosciuta alcuna forma di protezione sociale, in particolare per quanto riguarda le tutele
per la mancanza di lavoro. Le misure contenute nel pacchetto anti-crisi approvato
dall’attuale Governo nell’autunno 2008 sono state un’autentica presa in giro per
l’estensione della platea coinvolta (poche migliaia di lavoratori precari, con totale
esclusione di quelli del settore pubblico, dove si concentra gran parte del precariato), per
la natura una tantum del provvedimento e per l’ammontare irrisorio del sostegno ricevuto.
Chiediamo invece che le misure di sostegno al reddito siano rese permanenti, che siano
rivolte a tutti i lavoratori precari e che abbiano importi tali da rappresentare un reale aiuto
ai nuclei familiari in difficoltà. In particolare, per quanto riguarda le università, chiediamo
che gli ammortizzatori sociali in deroga siano estesi anche ai ricercatori precari,
indipendentemente dall’inquadramento contrattuale.