in rivolta

"Questa crisi durerà uno o due decenni"

21/9/2011

Intervista a Eric Toussaint, presidente del Cadtm, il comitato per l'annullamento del debito al terzo mondo che oggi opera molto attivamente anche in Europa
da comedonchichiotte.org

“I direttori delle banche centrali ci hanno detto che la crisi era sotto controllo, ma mentivano. Questa crisi durerà uno o due decenni”, ha affermato Éric Toussaint. La previsione può sembrare azzardata, ma fu lui lo scorso anno fa ad affermare a questo giornale che nel Vecchio Continente era presente una “situazione esplosiva” e che la profondità delle trasformazioni economiche sarebbe stata pari alla grandezza di queste esplosioni. Anche se sono comparsi gli “indignati” in Spagna e in Grecia, le vacanze estive hanno svolto la funzione di valvola di sicurezza, e grazie a questa la mobilitazione in Europa non ha raggiunto il livello di quella del dicembre 2001 in Argentina.

D. Qual è il livello di gravità di questa crisi?
R. Altissimo. È chiaro che i commentatori, i governi e i media più diffusi, i direttori delle banche centrali, che hanno sostenuto che la situazione era sotto controllo, mentivano pleatealmente. Siamo più o meno nella situazione degli anni ’30: il crac c’era stato nell’ottobre del ’29, ma i crolli delle banche si produssero nel ’33, e tra il ’29 e il ’33 i dirigenti degli Stati Uniti assicuravano che tutto era sotto controllo. Siamo entrati in una crisi che durerà un decennio o due.

D. Quali sono le cause?
R. Le misure economiche prese dai governi europei e dagli Stati Uniti negli ultimi quattro anni. La crisi è cominciata nel giugno-luglio del 2007 e ha avuto il suo apice nel 2008 con Lehman Brothers, ma il colpo forte è arrivato in Europa nell’ottobre di quell’anno. Subito dopo gli anelli più deboli della zona euro hanno ceduto, iniziando dalla Grecia, poi l’Irlanda, e qualche mese fa il Portogallo. Ora sta arrivando l'Italia e la Spagna e ritorna con forza negli Stati Uniti.

D. Si tratta di una crisi sistemica?
R. È sistemica, ma non definitiva. Non c’è una crisi terminale del capitalismo in sé. Il capitalismo ha sempre attraversato delle crisi che fanno parte del suo metabolismo, ma la sua fine sarà il risultato dell’azione cosciente dei popoli e dei governi. Passeremo attraverso periodi di recessione, depressione, una qualche crescita e una nuova caduta.

D. Perché si insiste con le tradizionali ricette di aggiustamento che non hanno dato risultati nel 2008?
R. Perché la resistenza a queste politiche è stata insufficiente.

D. C’è la possibilità di uscire da questa crisi con un altro tipo di politica?
R. Potrebbe esserci un’uscita alla Roosevelt con un maggior controllo del credito e più severe misure di disciplina finanziaria per costringere le banche a separarsi tra quelle di investimento e quelle di risparmio, e anche con un’imposizione fiscale più forte sui redditi più alti, con un conseguente miglioramento delle finanze pubbliche e la riduzione delle disuguaglianze. Ma potrebbe esserci anche una politica più radicale come la nazionalizzazione del settore bancario e la rinazionalizzazione dei settori economici che sono stati privatizzati in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi trent’anni. Insieme all’annullamento del debito di Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna.

D. Crede possibile una di queste due vie di uscita?
R. Tutto dipende dalle mobilitazioni sociali, che in Europa non hanno raggiunto il livello di quelle che ci sono state del dicembre 2001 in Argentina. Per non parlare degli Stati Uniti, dove non ci sono grandi raduni di massa, quanto un attivismo dell’estrema destra con i Tea Party. Ma mi sembra difficile pensare che negli Stati Uniti la popolazione possa accettare che venga affondato il neoliberismo: per questo bisogna capire come si sviluppò la crisi del ’30, quando le mobilitazioni giunsero tra il ’35 e il ’36.