scuola

Terminata l'occupazione, documento del Collettivo Indipendente Radice

03/12/2011

La situazione attuale, lo vediamo tutti, non è più sostenibile; ogni giorno siamo chiamati a fare i conti con i problemi causati dalla crisi e dalle politiche economiche adottate per fronteggiarla.

Mentre lanciamo uno sguardo verso il futuro e vediamo davanti a noi disoccupazione e precarietà, lavori sottopagati e costi delle case altissimi, assistenza statale nulla e pensioni a 70 anni, le condizioni nei nostri luoghi di studio peggiorano di giorno in giorno, mettendo a rischio anche il presente.
Dopo aver parlato negli ultimi anni di tagli alla scuola e riforme assurde, cominciamo a vedere gli effetti pratici di quelli che fino a poco fa erano solo pericolosi intenti teorici.
Classi sovrappopolate (quando ci sono le aule...), assenza di spazi per le ore di educazione fisica, costi degli stage culturali e dei viaggi studio esorbitanti (quando non vengono cancellati), carenze strutturali evidenti (classi con finestre o riscaldamenti rotti, continui sbalzi di elettricità, soffitti dei bagni che cadono a pezzi, ecc.) sono solo i problemi più facilmente riscontrabili. A questi si vanno ad aggiungere tutti quei provvedimenti che il governo Berlusconi ha chiamato "riforma" ma che altro non erano che una maschera per la distruzione dell'istruzione pubblica: la trasformazione delle scuole in aziende gestite da presidi manager, l'impoverimento della didattica, ridotta a schematicità e valutazione (si vedano i test invalsi), la quasi impossibilità di fare riflessioni più approfondite che non siano strettamente legate ai programmi ministeriali. Provvedimenti cui si vanno a sommare le "soluzioni" economiche che colpiscono il corpo docente e il personale ATA, con licenziamenti di massa e tagli o blocchi degli stipendi.
Un quadro disastroso, che vuole limitarsi solo all'ambiente scolastico; potremmo spendere pagine e pagine per parlare delle terribili situazioni che si verificano quotidianamente in altri contesti, dall'università al mondo del lavoro.

Tutto ciò viene da una crisi finanziaria di dimensioni mostruose, che è venuta creandosi negli ultimi anni a causa degli sporchi comportamenti di speculatori senza scrupoli, che per ampliare i propri profitti hanno trascinato nel baratro l'economia mondiale. Costoro, banchieri, imprenditori, brokers e proprietari di grandi multinazionali, in totale spregio dell'economia reale, di chi i soldi li fa lavorando e producendo beni e servizi per la collettività, hanno approfittato dell'assenza di una regolamentazione adeguata per fare soldi e mangiare sopra i desideri e le giuste aspirazioni della gente comune.
I governi di tutto il mondo, e tra questi quello italiano, invece di constatare un'enorme crisi di sistema, hanno deciso di continuare a dare linfa ai meccanismi assurdi del capitalismo finanziario, dell'economia di borsa, facendo pagare tale crisi a chi non l'aveva creata, i cittadini.
Tasse, tagli alla spesa sociale, flessibilità del lavoro, distruzione dei servizi essenziali alla base di uno stato civile e democratico sono state le risposte al momento critico. Nel contempo, seguendo una politica che viene perseguita da anni da governi di destra e di sinistra, la ricetta per l'uscita dalla difficile situazione economica è stato l'aiuto alle imprese, e, soprattutto, alle banche; garantire i profitti per aumentare gli investimenti e quindi l'occupazione. Ragionamento che non fa una piega, non fosse che mentre l'Europa decideva aiuti alle banche per 700 miliardi (molti meno di quanti ne servirebbero oggi per salvare la Grecia), i salari dei lavoratori precipitavano e i servizi pubblici scomparivano.
Dal 2000 al 2010 i salari hanno perso costantemente circa 7000 euro del loro potere d'acquisto;
al contrario, allargando il discorso anche agli anni precedenti, dal 1995 al 2008 i profitti delle maggiori imprese e banche italiane sono cresciuti di circa il 75,4%.
Eppure solo il 38,7% di questi profitti è stato investito in nuove attività; il restante è andato a creare rendite finanziarie che hanno riempito le tasche di chi fa parte di quell'1% di popolazione che detiene la metà della ricchezza mondiale. Quindi i piani dei governi si sono rivelati sbagliati. Non solo chi ha creato la crisi non ha pagato, scaricando il peso su studenti e lavoratori; chi ha creato la crisi ci ha mangiato sopra!

In un momento in cui, tra un sacrificio e l'altro, la situazione sembrava sulla via della normalità, negli ultimi mesi abbiamo assistito a una nuova emergenza, la crisi del debito.
Le cause principali sono due: da un lato cause strutturali; con le operazioni di salvataggio delle banche lo Stato ha praticamente assunto sulle proprie spalle il loro debito privato, aumentando il proprio debito pubblico, e facendo diminuire di conseguenza la fiducia dei mercati sul pagamento di questo; dall'altro lato abbiamo assistito a una forte azione speculatoria delle agenzie di rating: tali agenzie, delle s.p.a. private, spesso controllate dagli stessi detentori dei titoli di debito pubblico (conflitto d'interessi...), hanno concentrato la propria attenzione sui debiti degli stati più a rischio, tra cui l'Italia, e, determinando giudizi negativi, hanno innescato meccanismi impossibili da controllare, hanno creato un circolo vizioso dal quale non si può uscire.
Per questo la BCE e altri organi internazionali hanno sollecitato il governo ad intervenire, indicando la via da seguire in quel neo-liberismo che si è già mostrato fallimentare e distruttivo in più situazioni, forzando la mano sulla sovranità popolare che dovrebbe essere la base di ogni Stato democratico, imponendo scelte amare e irresponsabili.
Da tutto ciò derivano le manovre e le contro-manovre di quest'estate.
Ma non si pensi che il governo Berlusconi sia stato una povera vittima in tutto questo; è vero che le politiche di austerity sono state imposte dall'Europa (si veda la lettera di Draghi e Trichet a Tremonti, uno scandalo), ma è altrettanto vero che Berlusconi & co. non se lo sono fatto dire due volte, e ne hanno subito approfittato per mettere in ginocchio la democrazia e la dignità dei ceti medio-bassi, con misure ingiuste e inique.
E' per questo che la situazione è tornata a precipitare negli ultimi mesi, ed è per questo che la situazione in scuole e luoghi di lavoro non migliora, anzi, peggiora.

Non vediamo spiragli neanche nel governo tecnico di Monti. E' un governo nato per perseguire gli obiettivi dettati dall'Europa e per rassicurarne i mercati. Un governo che ha il demerito di essere composto da banchieri e docenti di università private, di avere un presidente che è stato capace di elogiare la riforma Gelmini, di avere un ministro dell'istruzione, Profumo, che è stato tra i primi a favorire l'ingresso dei privati nell'università pubblica, accelerandone la distruzione.
Per quanta fiducia possano ispirare i volti nuovi della nostra scena politica, nessuno potrà mai distoglierci da un'idea: qualsiasi misura verrà presa non sarà mai per il bene della cittadinanza, ma solo e soltanto per salvaguardare un sistema e mantenere uno status quo, quello per cui è normale riempire le tasche di pochi, di quell'1% che detiene la metà della ricchezza mondiale, a costo della dignità e della volontà popolare.

Dopo mesi di mobilitazione contro i meccanismi illogici e ingiusti di economia e finanza, contro governi che si chiudono nei propri interessi di casta e dittatori che mettono al tappeto i diritti civili dei popoli (dalla Primavera Araba agli Indignados spagnoli e al movimento "Occupy Wall Street"), il Lombardo Radice ha deciso di entrare a far parte di quel fronte di studenti, lavoratori e attivisti dei movimenti sociali che spinge per ottenere un risultato: non pagare il debito.
Aldilà degli slogan, va spiegato che non pagare il debito non significa far finta che questo non sia mai esistito, non significa negare che questo sia stato creato da governi passati che in fin dei conti erano stati democraticamente eletti (più o meno). Si tratterebbe di una scelta sovrana e radicale, che metterebbe in forte discussione l'economia e la finanza per come le abbiamo conosciute fino ad oggi. C'è chi sostiene che ciò comprometterebbe le nostre relazioni internazionali; ciò è presto ribattuto: lo Statuto dell'ONU prevede la superiorità dei diritti e delle vite dei cittadini rispetto a ogni tipo di controversie economiche.
Inoltre la legislazione internazionale prevede l'esistenza di "debiti illegittimi", quelli creati di nascosto o quelli per spese di guerra per esempio.
SONO ILLEGITTIMI ANCHE I DEBITI PRIVATI TRASFORMATI IN DEBITI PUBBLICI, COME TUTTI I DEBITI CHE NON HANNO PORTATO BENEFICI ALLA CITTADINANZA.

E IN OGNI CASO LE NOSTRE VITE VALGONO PIU' DEL LORO DEBITO.

Alcuni credono che ciò significhi dichiarare fallimento, ma non è così; sarebbe un atto sovrano, una presa di posizione. Ma anche se significasse dichiarare fallimento ciò potrebbe portare benefici. Dichiarare fallimento e rifiutarsi di pagare il debito, portò all'Argentina nel marzo del 2005 la possibilità di rinegoziarlo al 45% del suo valore, con la possibilità di pagarlo.
C'è inoltre chi crede che ciò possa compromettere la permanenza dell'Italia nell'area euro. Noi crediamo piuttosto che sarebbe un passo importante verso la costruzione di un'Europa sociale; davanti a una presa di posizione simile, l'UE comincerebbe a mettere in dubbio i propri parametri assurdi e la propria politica economica.

Per questo chiediamo la formazione di una commissione controllata direttamente dal popolo, che analizzi il debito e decida cosa pagare e cosa no; quali parti di debito sono legittime e quali no.
Ma ciò non basta: una volta stabilito, bisogna porre dei paletti, bisogna decidere chi pagherà; e per questo bisognerà ri-fondare la base dello Stato stabilendola nei beni comuni, nel lavoro, nello studio, nei servizi essenziali, garantendone l'imprescindibilità.

Per far sentire la nostra voce, la voce di una generazione senza futuro, abbiamo deciso di porre in stato di agitazione il nostro istituto. Non si è trattato di un'occupazione, nè di un'autogestione; per tutelare i diritti e gli interessi di tutti e per non ostacolare lo svolgimento delle attività necessarie al mantenimento della scuola, abbiamo optato per una nuova forma di protesta.

Per una settimana, dal 24 novembre al 1 dicembre, abbiamo autogestito la didattica, organizzando corsi, dibattiti e proiezioni su temi di grande attualità come la crisi economica, usufruendo, tra l'altro, della collaborazione di alcuni docenti. Allo stesso tempo abbiamo però deciso di rimanere in maniera stabile nella palestra, dove ci siamo trattenuti anche per alcune notti (fino al 28 novembre).

In questa settimana di mobilitazione, che deve essere solo il punto di partenza di una lotta permanente e costante, abbiamo dimostrato che un altro tipo di scuola è possibile: una scuola che sia circolazione di sapere, che non si limiti alla mera creazione di forza-lavoro, una scuola in cui la conoscenza non viene imposta in maniera verticale e nozionistica con unico fine la valutazione, ma divulgata con ampio spazio per riflessioni e dibattiti.
Abbiamo tenuto aperta la struttura anche di pomeriggio, rendendola luogo di aggregazione, di confronto, di assemblea. Ci siamo trattenuti qualche notte simbolicamente, per far capire che noi studenti non vogliamo assistere in maniera passiva alla svendita delle nostre vite presenti e future. Consideriamo l'istruzione un diritto inalienabile, il sapere e la cultura un bene comune; come tali, li vediamo inquinati ogni giorno da una politica collusa con un sistema finanziario marcio, che trascura le necessità del 99% che siamo noi, per riempire le tasche del solito manipolo di potenti. Fermare le lezioni e dare vita a questa protesta nella settimana appena trascorsa ha significato anche riappropriarci simbolicamente dei luoghi dove viviamo la nostra quotidianità, le nostre vite ordinarie, approfondire tematiche spesso tralasciate e creare nuovi spazi di dissenso. Le scuole sono di chi le vive ogni giorno, non appartengono a banche e grandi istituti finanziari, non devono risentire del pagamento di un debito che a tutto serve tranne che al bene del Paese.
E' questo il messaggio che volevamo far passare; forse è un messaggio che rimarrà inascoltato, ma avevamo il dovere di portarlo avanti, soprattutto verso noi stessi.
Mentre in altre scuole si stanno accendendo focolai di rivolta, anche gli studenti del Lombardo Radice sono entrati a far parte di questo vasto movimento, studentesco e non, che probabilmente cambierà poco nell'immediato, ma che sicuramente avrà una grande eco nei prossimi anni, e che, nel momento in cui pubblichiamo questo documento, è già storia.

Collettivo Indipendente Radice e
Studenti del Liceo Linguistico e I.T.C. Lombardo Radice in mobilitazione