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Ddl GELMINI: UN PERCORSO FALLIMENTARE VERSO LA PRIVATIZZAZIONE - La lettura del Collettivo UniRC

03/7/2010

L’unica lettura che come studenti riusciamo a cogliere dal DdL datato 28 ottobre 2009 è quella della continuazione dell’opera di privatizzazione dell’Università pubblica e libera.

È oramai palese l’intenzione del Governo di trasformare il diritto allo studio in servizio che in quanto tale potrà essere gestito dai privati, i quali in perfetto stile manageriale tenderanno ad utilizzare lo strumento della cultura a proprio vantaggio.

La cultura divenuta prodotto aziendale. Gli studenti che ruolo avranno in questa grande impresa? Fruitori di un servizio e titolari di un diritto?

Il ddl presenta sin dai principi ispiratori questa grande contraddizione, citando l’art.33 Cost. che identifica il diritto allo studio per poi vanificarlo di fatto nel contenuto della riforma palesando la volontà di spingere il sapere nelle mani di fondazioni private.

Così facendo il Governo dimostra la volontà di disfarsi di un settore chiave per lo Stato, non più considerato come strategico, ma come un peso.

Nonostante le dichiarazioni del Ministro sull’ipotetica aggressione ai centri di potere e alle baronie all’interno dell’Università il DdL in realtà pone ben altre prospettive.

La riforma rafforza il sistema delle autonomie, che è la vera causa dell’accentramento di potere, in quanto viene delegittimato di fatto il Senato Accademico declassandolo ad organo consultivo con nessun potere decisionale, al contrario Rettore e Consiglio di Amministrazione assumono un ruolo centrale, esclusivo, insindacabile.

Questo vuol dire che la gestione economica e didattica sarà saldamente concentrata nelle mani di questi due organi, dei quali il C.d.A dovrà essere formato da una quota non inferiore al 40% di membri esterni:

la gestione della didattica è posta di fatto sotto il controllo di logiche imprenditoriali del tutto estranee al mondo della cultura.

Inoltre in nome di questa vituperata trasparenza il ddl prevede che i criteri di nomina del Rettore e dei membri esterni del C.d.A vengano stabiliti dal regolamento del singolo Ateneo. Chi spiegherà ai baroni che dovrebbero defenestrarsi da soli?

Appare evidente che il fine della riforma non è quello proposto dall’art. 1 del presente disegno di legge, che recita “Le università sono sede di libera formazione e strumento per la circolazione dei saperi; operano, combinando in modo organico ricerca e didattica, per il progresso culturale, civile ed economico della Repubblica”.

In realtà non si tratta della riforma definitiva di cui tanto si parla, ma solo di un obbligato passaggio verso la privatizzazione dell’alta formazione.

Nello specifico delle realtà meridionali gli effetti negativi verranno ad essere maggiormente amplificati nel momento in cui si porrà la necessità di individuare i privati che potranno sostenere una fondazione, che purtroppo sono facilmente individuabili in quei soggetti che già si pongono come colonizzatori della nostra terra senza portare un reale sviluppo economico, culturale, sociale.

Questa appena illustrata non appare un’ipotesi remota in quanto è già previsto il commissariamento degli Atenei in rosso, secondo criteri rigidamente vincolati al bilancio: il virtuosismo non viene individuato nella qualità dell’offerta didattica, ma nella capacità di far quadrare i conti.

L’unica via d’uscita,quindi, lasciata agli Atenei, rimane il costituirsi in fondazioni di diritto privato. Questa operazione porterà l’allontanamento dal processo di istruzione superiore di tutti quei soggetti deboli che non potranno sostenere l’aumento dei costi (tasse in primis, e già se n'è avuto un assaggio) naturalmente legati alla privatizzazione.

Anche l’assegnazione delle borse di studio si allontana dai criteri di uguaglianza sostanziale sancita dalla Costituzione ( art. 3 e 33 Cost.), abbracciando una logica che segue principi di discrezionalità esclusivi dei bisogni reali della popolazione studentesca.

Il Governo vuole un’Università di classe che escluda tutti i soggetti deboli che possano così essere sfruttati dalle imprese come manodopera a basso costo.

A questa logica non potranno sfuggire neanche coloro che comunque accederanno alle università, poiché finiranno in balia di logiche da SpA, che mirano ad una convenienza economica e aziendale, e non culturale e sociale.

Da studenti del Sud chiediamo un’Università Statale e Pubblica, dove lo studio e la cultura ritrovino il loro ruolo naturale e rispondano alle reali esigenza di studenti e territorio.

NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO!