università

Il Consiglio di Stato mette in dubbio i test d'ingresso. A noi non basta

28/6/2012

Editoriale AiR - Ogni Settembre, in tutti gli Atenei italiani, si svolgono i test d’ingresso nelle facoltà a numero chiuso. Quest’anno, però, la Corte Costituzionale dovrà esprimersi sulla legittimità delle prove d’ammissione, mettendo in dubbio lo svolgimento di questo rito “meritocratico” che ormai è diventato una triste tradizione dell’università italiana.

Tutto comincia con un ricorso al Tar dell’Emilia-Romagna di alcuni aspiranti studenti della facoltà di Medicina di Bologna, penalizzati, a loro avviso, dall’annullamento di due domande per irregolarità formali. La progressione giuridico-burocratica si è protratta fino alla sentenza del Consiglio di Stato del 18 Giugno, in cui è stata accolta solo una delle richieste avanzate da questi studenti: il differente punteggio che consente l’acceso nelle varie facoltà di Medicina d’Italia appare lesivo di tre articoli della Costituzione. Il Consiglio di Stato ha rinviato alla Consulta la decisione, suggerendo nella sua sentenza la creazione di una graduatoria unica nazionale per evitare disparità incostituzionali. Il differente punteggio richiesto per l’ammissione, dovuto a fattori casuali come il numero di richieste e il numero di posti disponibili in ogni singola Università, metterebbe in dubbio il criterio del “merito”, asse fondante del numero chiuso.

Ci sembra evidente come simili battaglie giuridiche non mettano minimamente in dubbio il concetto di numero chiuso e di “merito”, anzi, servano a rafforzarlo e dargli un’ulteriore aura di legittimità, oliandone i meccanismi e migliorandone i sistemi di selezione. Il sistema dei test d’ammissione non sarebbe sbagliato ma semplicemente gestito male. A questa logica e alla retorica “meritocratica” che porta con sé, l’unica risposta possibile è l’affermazione netta della totale illegittimità dell’accesso programmato all’università, uno degli strumenti più efficaci di smantellamento del diritto allo studio in questo Paese. La teoria per cui l’alto livello della didattica sia conseguente ad un ristretto numero di studenti e studentesse ci appare inconsistente, figlia di un’ideologia neo-liberista che ignora i diritti per concentrarsi esclusivamente sui profitti. In tempi di crisi e di austerità, stuoli di tecnici e di esperti ci dicono che i soldi per l’università non ci sono, ma sono subito pronti ad indebitarsi pur di finanziare opere inutili come la Tav o costose tecnologie militari. Non è il momento di concedersi il lusso delle borse di studio per gli studenti provenienti dalle classi popolari, ma è imprescindibile il lauto finanziamento di scuole d’eccellenza universitarie con 200 studenti. Esistono enormi disparità della qualità dell’insegnamento nelle scuole superiori e a questo problema si risponde negando l’accesso a chi ha avuto, suo malgrado, una preparazione peggiore. In realtà basterebbe la volontà politica di finanziare l’università e la scuola pubblica adeguatamente affinché possano assolvere quelle funzioni di diffusione della conoscenza e del dibattito critico per cui sono nate.

Al sottofinanziamento delle facoltà il ceto baronale universitario, pur di evitare qualunque tipo di protesta e di conservare privilegi e poteri, risponde scaricandone il peso sugli/lle student* con nuove tasse e con ulteriori disagi e disservizi. Paradigmatico è il caso delle prove di autovalutazione nelle facoltà che non hanno il numero chiuso. Veri e propri test d’ingresso, seppur non (ancora) selettivi, che servono a fare cassa chiedendo altri soldi alle matricole e, al contempo, implementano nel senso comune e nell'immaginario legato all’università la legittimità e la consuetudine di una prova d’accesso a qualunque corso di studi.

Noi abbiamo una differente idea di università perché abbiamo una differente idea di società rispetto ai lugubri tecnici che ci governano e ai potentati economici che li sostengono.

Alla meritocrazia, alla ricerca delle migliori “menti” da addestrare al triste gioco del profitto a tutti i costi opponiamo la possibilità e il diritto per tutt* di accedere ai livelli più alti di istruzione, affinché il sapere e la cultura non siano prerogativa di una ristretta élite ma possano essere strumento attivo di emancipazione sociale, di consapevolezza e di analisi critica della società. Rifiutiamo l’università che seleziona per garantire l’istruzione di alcuni e i profitti di pochi.
Vogliamo un’università laica, pubblica, di massa, aperta a tutta la società e ai bisogni che essa esprime.